#COGITOERGOSUM – L’Ilva di Genova e la merce speciale

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#COGITOERGOSUM – L’Ilva di Genova e la merce speciale

Ieri mattina i dipendenti dell’Ilva di Genova hanno scioperato e protestato contro il piano di esuberi del gruppo: nel documento incriminato è prevista una perdita di 599 posti di lavoro nel capoluogo ligure.

La protesta dei lavoratori

Nel corso della giornata la trattativa, con l’intercessione delle istituzioni, sembra essersi inclinata positivamente verso le richieste di trattativa dei lavoratori, tuttavia la vicenda lascia numerosi scenari aperti e soprattutto squarcia il dibattito sulle politiche occupazionali e il ruolo della rappresentanza. Entrambe queste declinazioni dell’analisi del contesto lavorativo si riferiscono direttamente ad un problema più radicale e sofisticato al contempo: il lavoro è una merce che viene scambiata su un mercato specifico, con modalità scandite e regolamentazioni con valore applicativo, pur rimanendo un bene sui generis.

Il professor Eugenio Zucchetti

L’opinione pubblica riporta continuamente le cronache e gli sviluppi di queste giornate di protesta, senza però enfatizzare a sufficienza su alcuni aspetti teorici che vanno al cuore del tema occupazionale. Il lavoro, che riguardi il caso Ilva o qualsiasi altra azienda, in Italia come all’estero, è una materia complessa, oggi tra le più delicate da trattare. Marx aveva intuito la centralità del lavoro sin dai suoi primi contributi quando lo definiva come una sorta di costante sociale con cui gli esseri umani entrano in relazione e organizzano la propria vita comunitaria. Oggi ci si preoccupa tanto, all’ombra di bandiere colorate e parole dense, di apologizzare il lavoro e la sua funzione, senza però mai rendere giustizia alla complessità di questo fenomeno, al contempo così vicino e lontano da noi. Al di là di ogni polemica, ancor prima di iniziarne qualcuna, è doveroso nel nostro tempo di crisi occupazionale riscoprire la ricerca sul lavoro, comprendere questa realtà camaleontica che sa viaggiare perfino più velocemente di internet, e che così tanto condiziona la nostra vita sociale ed economica. Il sociologo Eugenio Zucchetti diceva che il mercato del lavoro è un mercato di persone “vive”: dietro i numeri ci sono soggetti reali; questo ci deve spingere a mettere al centro di ogni discorso sul tema il soggetto con le sue aspettative e le sue esigenze volitive, nonostante la disuguaglianza di potere decisionale che il modello capitalistico indiscriminatamente impone.

Friedrich Engels e la concezione di un mondo da poter cambiare
Karl Marx

L’appello è soprattutto ai giovani, così inghiottiti dall’uragano della precarietà e della fluidità lavorativa da non rendersi più conto che si trascinano stanchi nell’abitudine alla lamentazione: giornate come quella vissuta ieri all’Ilva ligure devono davvero essere l’occasione per spingere la popolazione a meditare sulla questione lavoro, sulle difficoltà che le politiche e le rappresentanze oggi incontrano nell’amministrare il rapporto con le organizzazioni che erogano occupazione e sull’urgenza di un approccio di matrice sociale al tema. Oltre a una promessa di contrattazione su qualche tavolo diplomaticamente allestito, di scioperi come quello dell’Ilva deve rimanere il desiderio di affondare il coltello della conoscenza ben dentro quell’oggetto misterioso che è il lavoro. Si può legittimamente avere la sensazione che parlare di lavoro in modo appropriato sia il nuovo tabù del terzo millennio, una vera gabbia per le possibilità delle nuove generazioni di continuare a servirsi del lavoro per quella magnifica occasione di crescita e soddisfazione che esso sa essere.

Per uscire dal medioevo dell’imbruttimento dobbiamo conoscere da vicino quel Leviatano che imputiamo come nemico e tessitore di trame oscure: con fare psicoanalitico dobbiamo prendere le misure con il “problema” lavoro, per poi operarci sopra e armonizzare i risultati, senza stereotipare ad ogni piè sospinto o cadere nella routine dialettica e comportamentale. Serve un guizzo culturale, uno sforzo, una messa in gioco per uscire dallo stallo.

Cosa scopriremmo se ci incamminassimo verso il lavoro? Che l’uomo è carnefice di se stesso, e che la ricerca a volte aiuta a umanizzare ciò che viene per lungo tempo demonizzato.

Francesco Girolimetto per MIfacciodCultura

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