Social network: demoni o angeli? La strana storia del messaggio in bottiglia

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Social network: demoni o angeli? La strana storia del messaggio in bottiglia

Cosa sta al cuore dei social network e della distorsione odierna della comunicazione?

Another lonely day
With no one here but me
More loneliness
Than any man could bear
Rescue me before I fall into despair
I’ll send an SOS to the world

E così hanno fatto: un messaggio in bottiglia, lasciato da alcuni ragazzi in Corsica, arriva a Ischia. «Affidiamo questo messaggio al mare. Se lo state leggendo è perché il mare ve l’ha fatto trovare. Se volete contattarci… scriveteci!». Magari nel loro caso a dettare il gesto non sono state tanto la solitudine e la disperazione cantate dai Police, quanto invece il bisogno di comunicare in maniera diversa da un post su Facebook, o semplicemente la voglia di fare qualcosa insieme a fine vacanza.

Questo anacronistico modo di dialogare non può che farci riflettere su quanto invece oggi sia tutto istantaneo. Ammettiamolo: come faremmo senza Whatsapp, senza le bellissime foto su Instagram, senza farci un po’ di risate con certi demenziali gruppi su Facebook? Queste nuove forme di comunicazione hanno veramente rivoluzionato la nostra vita, e soprattutto i momenti “morti” della giornata. E allora, questi social network cosa sono? Un aiuto per socializzare, o nuovi televisori portatili tramite cui guardare le vite degli altri, e sentirci ancora più lontani dal mondo che ci circonda?

Recenti studi hanno dimostrato come chi passa molto tempo sui social network è più incline a sviluppare forme di isolamento e inadeguatezza. Sensazioni che nascono mentre, ovunque ci troviamo, scorriamo le foto di individui perennemente in vacanza, con macchine costosissime, che conducono vite al limite dell’immaginabile. Secondo una ricerca commissionata da Nokia, chi è in possesso di uno smartphone controlla il proprio telefono circa 150 volte al giorno: una protesi permanente, che ci permette di essere sempre connessi con qualunque ambiente, dall’ufficio alla palestra, dal gruppo Whatsapp per organizzare il compleanno a sorpresa alla pagina Facebook del nostro giornale preferito.

Croce e delizia: essere sempre collegati al mondo esterno ci rende estremamente reperibili, sul lavoro e non, e se non rispondiamo a un messaggio potremmo anche passare per gli “asociali di turno”. Una vera e propria dipendenza, quella da social e, in generale, da smartphone, che sembrano essere diventati una parte irrinunciabile della nostra vita: in realtà, se decidessimo di non controllare il nostro telefono per un giorno, scopriremmo che tutto quello che non abbiamo compulsato la sera precedente può tranquillamente aspettare il giorno dopo.

È vero: possiamo dire che chi cade nell’eccesso dell’utilizzo dei social e delle forme di comunicazione che tutti abbiamo a portata di mano possedendo uno smartphone, l’avrebbe fatto probabilmente anche senza l’aiuto di Facebook. A volte è necessario rafforzare i confini, perché, come tutte le tecnologie che l’umanità ha conosciuto, anche quelle che riguardano la comunicazione si possono imparare a usare in maniera sana: anche i nostri nonni avevano a disposizione un telefono, ma non li ricordiamo di certo usarlo in maniera ossessivo compulsiva, come faremmo noi con i messaggi Whatsapp.

I social network e gli smartphone non sono i mali della nostra società: lo sono la mancanza di attenzione verso gli altri, la pessima educazione, l’incapacità di saper aspettare e ascoltare. Nelle nostre comunicazioni siamo invasi da una ridondanza di parole inutili: prima di un appuntamento avvisiamo quando ci stiamo preparando, quando usciamo, quando stiamo guidando, quando stiamo parcheggiando.

«Non ti vedo? Sei già qui?».

«Sì, sono già qui, ti basta sollevare gli occhi dallo smartphone».

Jessica Freddi per MIfacciodiCultura

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