Baudelaire

Di paura il cor compunto – L’abisso terrifico di Charles Baudelaire

Oggi la nostra rubrica Di paura il cor compunto si dedica a uno degli autori più affascinanti dell’Ottocento francese. Charles Pierre Baudelaire (Parigi, 9 aprile 1821 – Parigi, 31 agosto 1867) fu certamente uno dei poeti più sensibili ai sentimenti della paura, dell’angoscia, dell’inquietudine. In numerose poesie della raccolta Les fleurs du mal (1857), infatti, troviamo descrizioni dettagliate di questa sensazione opprimente che spesso travolge l’animo del poeta, impadronendosene.

Charles Baudelaire (Parigi, 9 aprile 1821 – Parigi, 31 agosto 1867)

La paura, per Charles Baudelaire, è innanzitutto un abisso: per lui, le azioni e le parole prodotte durante il giorno, di notte si trasformano in un baratro che inghiotte l’individuo, che non riesce più dominare i propri pensieri. Se il giorno è logica, stabilità, equilibrio, la notte è irrazionalità, incertezza, caduta. Leggiamo nella poesia Le gouffre un’icastica descrizione del terrore:

– Hélas ! tout est abîme, – action, désir, rêve,
Parole ! et sur mon poil qui tout droit se relève
Maintes fois de la Peur je sens passer le vent.

Ahimè! Tutto è abisso – l’azione, il desiderio, il sogno,
la parola! E tra i miei capelli che si rizzano completamente
sento passare di frequente il vento del Terrore.

Il Terrore, in questi versi, ha la forma del vento, un ente naturale incontrollabile che può colpire all’improvviso. L’autore si avvale di uno degli effetti esteriori meglio visibili dello sgomento: i capelli che si rizzano, come per un sortilegio sinistro e misterioso provocato da questo subdolo antagonista.

Nella stessa poesia, l’autore descrive meglio l’abisso terrifico della paura come uno spazio profondo (quindi dalle dimensioni inconoscibili, che sfugge al dominio umano), nonché terribile e incantatoreaffreux et captivant»). Il poeta prova, al contempo, attrazione e repulsione per questo spazio ignoto che costituisce una parte del suo sé, e che incontra di notte durante il sonno:

Sur le fond de mes nuits Dieu de son doigt savant
Dessine un cauchemar multiforme et sans trêve.
Sul fondo delle mie notti Dio, col suo dito sapiente,
disegna un incubo multiforme e senza tregua.

Gli incubi, per Baudelaire, hanno origine divina, e gli fanno temere il sonno («J’ai peur du sommeil») che assomiglia a un enorme crepaccio pieno di informe orrorecomme on a peur d’un grand trou, / Tout plein de vague horreur»).

Copertina de Les fleurs du mal

La paura assume l’aspetto di una Natura misteriosa anche nel testo Obsession, dal celebre incipit: «Foreste, voi m’impaurite come cattedrali!» («Grands bois, vous m’effrayez comme des cathédrales»). Queste foreste, tuttavia, vengono paragonate a costruzioni artificiali, le cattedrali, e sono talmente grandiose da incutere terrore, con le loro grida simili al suono dell’organo. Dalla foresta alla cattedrale notiamo un passaggio della paura dall’ambiente naturale all’ambiente umano; nell’ultimo elemento del paragone, il sentimento giunge infine alla sua ultima sede, ovvero il cuore del poeta, anch’esso somigliante alla cattedrale per i suoi ampi atrii rimbombanti di rantoli sinistri, echeggianti tetri De profundis.

Ma il poeta è solo una vittima passiva della paura oppure è proprio lui che la cerca? Ebbene, il rapporto è ambiguo: questo sentimento ha certamente una forza che lo sovrasta e che lui teme; tuttavia, a volte, egli sembra provare piacere nel porsi in sua balìa. Non a caso, nella medesima poesia Baudelaire ammette di cercare il vuoto, il nero, il nudo; insomma, la desolazioneCar je cherche le vide, et le noir, et le nu!»).

Nella celeberrima Spleen, l’autore celebra, con un’immagine gloriosa, e con un compiacimento estetico dell’orrido, il trionfo dell’Angoscia sulla Speranza. In essa, l’uomo osserva la lotta, impari, tra la speranza, un debole pipistrello, e l’angoscia, la gabbia che lo contiene. In maniera efficacissima, quest’ultima viene descritta come un popolo muto di ragni ripugnanti che vengono a tessere le loro ragnatele nel fondo dei nostri cervelliun peuple muet d’infâmes araignées / Vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux»): questa è certamente una descrizione calzante che ben potrebbe essere applicata a quella patologia psichica oggi conosciuta come depressione, che molto si avvicina allo spleen, il male di vivere descritto da Baudelaire.

Com’è il trionfo dell’angoscia? Esso è rappresentato come una sfilata di carri funebri nell’anima del protagonista, mentre la Speranza, vinta, piange e l’Angoscia atroce, dispotica, dal fascino tremendo e sinistro, conficca il suo vessillo nero sul suo cranio riverso («l’Espoir, / Vaincu, pleure, et l’Angoisse atroce, despotique, / Sur mon crâne incliné plante son drapeau noir»). Il poeta si arrende, preda del terrore, eppure resta capace di sublimare un disagio esistenziale così profondo e radicato in una poesia di estrema raffinatezza formale.

Questo senso di ammaliante sgomento serpeggia in tutta la sua poesia, al cospetto della bellezza sublime di animali (Le chat), donne (La Beauté), o della stessa Parigi (a cui dedica l’intera serie in prosa Le spleen de Paris), che travolge il poeta inerme in maniera implacabile.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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By on ottobre 9th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing

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