Virginia Woolf

Virginia Woolf, volto dell’emancipazione sociale e culturale delle donne

Nel XXI secolo qualcosa nel mondo femminile si è mosso, qualcosa – forse – è stato scosso. Già Annie Ernaux ne Gli Anni [1] traccia con linearità e trasparenza, quasi una fotografia scolorita delle sue sensazioni, una Storia collettiva e una individuale, da cui trapela il peso di ciò che è stato e di ciò che sarà in una donna e in molte altre. Si potrebbe concludere che la figura femminile è ostaggio del Tempo: la donna non si evolve mai “spontaneamente”, sempre imbrogliata dai fili dei padri e dei mariti, dalle costrizioni, dagli occhi di chi le scruta come un oggetto. Da qui, c’è chi ha cercato di rompere la campana e gridare che ogni donna è libera di “essere consapevole dei propri limiti e delle proprie possibilità” da sola, senza occultare sé come un vile sbaglio. In questa direzione, Virginia Woolf (Londra, 25 gennaio 1882 – Rodmell, 28 marzo 1941) in Una stanza tutta per sé – elaborazione di due conferenze tenutesi alla fine di ottobre del 1928 su Le donne e il romanzo – sviluppa, con singolare attenzione, molte delle sue riflessioni sulla condizione femminile e del rapporto con il mondo “della parola”.

Nell’introduzione fatta a Una stanza tutta per sé [2] la traduttrice Maria Antonietta Saracino dice: «la cosa che di lei ci viene incontro per prima, quando pensiamo alla Woolf, è il suo volto», significa che di là dalle sue opere, di là dai personaggi, emerge la sua immagine sublimata a icona della emancipazione sociale e culturale delle donne:

È come se nell’immaginario comune, quello che quasi concordemente sembra essere costruito su di lei, la Woolf-scrittrice, non possa proporsi altro che preceduta da un suo ritratto, o da una delle molte varianti di esso.

Il punto nodale del saggio della Woolf è il rapporto donna-scrittura, ma viene rintracciato sulla base storica e sulla base letteraria. Ecco perché la donna è ostaggio del Tempo, vittima da un lato delle restrizioni contingenti, come emerge dai riferimenti alla Storia d’Inghilterra del Professor Trevelyan (citato dalla Woolf) e dall’altro dell’idea letteraria, così lontana dalla realtà storica. L’ambito letterario è affollato da donne che possiedono un carattere forte dai contorni netti: Clitennestra, Medea, Antigone, Cleopatra, Fedra, Anna Karenina, Emma Bovary, «Ma questa è la donna in letteratura», dice la Woolf. Nella realtà accadeva altro: «era la schiava di qualunque ragazzo i cui genitori le avessero messo per forza un anello al dito» e prosegue: «nella vita di tutti i giorni era raro che sapesse leggere, a stento sapeva scrivere, ed era proprietà del marito».

«Perché gli uomini bevevano vino e le donne acqua? Perché un sesso era tanto prospero e l’altro povero?» La scrittrice cerca di scovare la verità, una verità che deve mettere in luce la condizione claustrofobica della donna di ogni tempo: «e pensai a come, forse, debba essere peggio rimanere chiusi dentro; e pensando alla sicurezza e alla ricchezza di un sesso e alla povertà e alla insicurezza dell’altro». La sua indagine arriva a percepire un’inspiegabile rabbia da parte degli uomini che parlano delle e sulle donne: «era rabbia camuffata e complessa, non rabbia semplice e aperta». E prosegue che i loro testi: «Erano stati scritti sotto la luce rossa dell’emozione e non sotto quella bianca della verità». Ma perché? Eppure l’uomo, il professore possedeva una certa “indipendenza”. Eppure era arrabbiato. «La vita per ambedue i sessi è ardua. […] essa richiede fiducia in se stessi. Privi di fiducia in noi stessi siamo come neonati nella culla». E allora come sbrogliare il filo? «Pensando che gli altri sono inferiori a noi». Ed ecco che la donna diventa specchio necessario per poter «riflettere la figura dell’uomo ingrandita, […] se queste non fossero inferiori, verrebbe meno la loro capacità di ingrandire». Ecco che l’uomo teme la critica della donna, perché andrebbe a scalfire la sua “potenza”, “onnipotenza”, «la figura nello specchio si rimpicciolisce». La donna, dal punto di vista della Woolf, è una creatura dalle mille possibilità, è la Storia, e «se vuole scrivere romanzi una donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé», ed era necessario, così come prima, così come ora, che si lasciasse cadere quel velo di protezione e controllo sulla donna, di concederle il suo “spazio vitale”, e Virginia Woolf  batte i muri con parole tonanti senza timore del rimbombo. Ella stessa in questo splendido saggio, nella sua figura prepotente “catturata” da una foto di Gisele Freund, spinge le donne, le sue interlocutrici, all’attivismo, a ribaltare una condizione “profondamente infelice”, a prendersi il proprio spazio, nonostante la fatica del vivere. Mentre l’uomo trovava, per la composizione di un’opera, difficoltà nell’«indifferenza del mondo», ossia guardare con superficialità le opere letterarie, la donna doveva fronteggiare problemi ben più grandi: «difficoltà materiali» e «le condizioni immateriali», ma soprattutto «l’ostilità».

«Togliete quella protezione» afferma ferma Virginia Woolf, con una singolare scrittura piena di immagini e pennellate, di rincorse e arresti, lasciate che le donne possano essere libere di esprimersi nella fatica e nella calma: «A volte mi illudo che il mondo stia cambiando», scriveva in Diario di una scrittrice, magari qualcosa si sta muovendo davvero.

Giorgia Zoino per MIfacciodiCultura!

[1] Francia, Gallimard, 2008

[2] Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, A Room of One’s Own, Einaudi, ed. 1995, a cura di M. Saracino

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By on ottobre 8th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing

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