Marina Cvetaeva ed il suo "amore d'identità" tra Pasternak e Rilke

Diari Immaginari – Marina Cvetaeva ed il suo “amore d’identità” tra Pasternak e Rilke

Questa rubrica tenterà di dare delle risposte al silenzio che la storia per tanto tempo ha gettato sulle muse, mogli, amanti di grandi personalità. Tuttavia, per prendere le distanze dalla “Storia dei Manuali”, cercheremo di far rivivere la “Storia delle donne” attraverso la voce delle protagoniste, immaginando e facendo nostra la loro vicenda umana. Ora, aprite il diario, e tra le righe dei pensieri entrate nell’animo di chi ha fatto la storia in silenzio. Oggi tocca a Marina Cvetaeva.

Con leggerezza pensami,

con leggerezza dimenticami.

Questo ti ho detto, guardandoti negli occhi un’ultima volta. Ti avevo chiesto il miracolo, Aleksandr, te lo avevo scritto chiaramente nelle mie lettere. «Il miracolo della fiducia, della comprensione, della rinuncia». Fiducia, non me ne hai data mai abbastanza. «Sei una donna sposata», mi dicevi ogni volta che accusavo la tua bellezza di renderti desiderabile ad altre donne. «Quando torni a casa hai nel tuo letto un altro uomo, non ti lamentare se a me potrebbe venire voglia di trovarci un’altra donna. Quella che non ha rispetto sei tu». E invece no, Aleksandr. Io ho rispetto. Per il cielo, per il fiume, per la terra. Ho rispetto per i corpi, che giacciono come sassi lanciati in questo mare che è il Pianeta Terra, e si consumano urtandosi a vicenda. Ho rispetto per l’amore che è come la linfa degli alberi, e ci rende vivi. L’amore, Aleksandr, non si esaurisce mai. Io non ti amo di meno, no, è solo cambiata la mia dolorosa concentrazione su di te. Devo andare via perché ciò che c’è tra noi da libero e naturale sta diventando torbido e inquinato. Sicuramente altre donne ti ameranno. Tutte-di più, Nessuna-così.

Come siete piccoli voi uomini. Pensate che l’amore sia il reciproco annullamento. Un caotico turbine di gelosia, baci e rapporti sessuali nel quale ognuno perde sé stesso. Si inizia a parlare di un “NOI” in cui però i due elementi sono come due cariche opposte. Il mio amore nella realtà non può esistere. Non ha un oggetto all’infuori di me, è una mia condizione viscerale. Posso amare un uomo come una betulla, il suono di una voce come il profumo di un fiore. La realtà è guerra, odio ed egoismo. Nel mio amore io voglio il vento ed un soffice giaciglio di foglie. Voglio rifugiarmi nell’amore con la libertà di andare via e tornarci quando voglio. Voglio dall’uomo una rinuncia all’amore umano, per accogliere il mio amore, l’amore di Marina.

Non capite? Non posso annullarmi in voi. Non capite, è avvilente per il genere umano questa reciproca morte che chiamate amore! È una catena, che nelle vostre esistenze vi imponete, con la quale negate la libertà per cui tanto lottate! Cosa siete voi? Riflettete, se vale la pena conservare voi stessi. Liberatevi dai pesi del vostro animo con l’arte, non con lo squallido impeto degli atti sessuali. Io, io sono poesia. Ricerco e assorbo la bellezza, la interpreto e la dono a chi non riesce a vederla. Il vostro amore è incompatibile con la creazione artistica. Il mio amore è come l’aria, dovunque, impalpabile, indefinibile, irrinunciabile.

Solo Boris (Pasternak) e Rainer (Maria Rilke) ne hanno compresa la grandezza. Un amore di identità, come quello che proviamo tra di noi. Certo, non ci siamo mai visti, ma a cosa serve guardarsi negli occhi quando con le nostre lettere ci guardiamo nell’anima? Rainer, tu sei come l’inchiostro dei nostri scritti: plumbeo, vischioso e fondamentale, perchè porti chiarezza nel groviglio dei miei sentimenti, me li metti “nero su bianco”. E tu, Boris, tu sei l’amore del mio destino. Forse il futuro ci farà incontrare… nel frattempo, ti vedo in ogni luce che di notte illumina il mio cammino, «e sempre, sempre, sempre, Pasternak, in tutte le stazioni della mia vita, accanto a tutti i lampioni dei miei destini, lungo tutti gli asfalti, sotto tutti gli “sghembi acquazzoni” – sarà sempre la stessa cosa: il mio appello, il Vostro arrivo».

Marina Cvetaeva (Mosca, 8 ottobre 1892 – Elabuga, 31 agosto 1941) è stata una poetessa e scrittrice russa. Figlia di un professore universitario e di una famosa pianista, comincia a scrivere poesie all’età di sei anni, pubblicando il suo primo libro a quindici anni. Nel 1909 si trasferì da sola a Parigi dove, oltre che leggere molte opere di autori “occidentali” come Goethe, si avvicinò al movimento simbolista. Passionale e ribelle, conobbe il suo futuro marito, Sergej Efron, nel 1911. Sebbene già da dopo la nascita della prima figlia iniziò ad avere molte frequentazioni extraconiugali, amò profondamente il marito per tutta la vita. Alla continua ricerca di una persona che potesse davvero comprenderla nel profondo, si gettò tra le braccia di molti uomini. Tuttavia, la relazione più profonda di tutta la sua vita fu quella con Boris Pasternak. Inizialmente fu uno scambio epistolare tra Marina, Boris e il poeta Rainer Maria Rilke. Tra i tre si venne a creare un sodalizio intellettuale e una reciproca conoscenza così profonda da rendere quasi impalpabile la distanza fisica. Dopo la morte di Rilke, nel 1926, la Cvetaeva e Pasternak continuarono a scriversi per altri nove anni, scambiandosi lettere di amore, accompagnandosi, seppur a distanza, nel cammino dell’esistenza. Due anime affini, ma non destinate ad unirsi. A determinare la fine di ogni speranza nel futuro fu l’imposizione del Regime Staliniano. Efron, appartenente all’armata bianca, fu ucciso; la figlia e la sorella furono deportate in un gulag; e Marina, considerata un’intellettuale dissidente, fu emarginata e condannata alla miseria. Rimasta sola, Marina Cvetaeva si impiccò il 31 agosto 1941. Nessuno andò ai suoi funerali, ed ancora oggi è ignoto il luogo di sepoltura. Nella sua poesia, Cammini a me somigliante, la poetessa immagina un suo epitaffio:

Cammini, a me somigliante,
gli occhi puntando in basso.
Io li ho abbassati – anche!
Passante, fermati!

Leggi – di ranuncoli
e di papaveri colto un mazzetto
– che io mi chiamavo Marina
e quanti anni avevo.

Non credere che qui sia – una tomba,
che io ti apparirò minacciando…
A me stessa troppo piaceva
ridere quando non si può!

E il sangue affluiva alla pelle,
e i miei riccioli s’arrotolavano…
Anch’io esistevo, passante!
Passante, fermati! […]

(nell’artico sono presenti citazioni dirette dagli scritti di Marina Cvetaeva)

Chiara Di Giambattista per MIfacciodiCultura

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By on ottobre 8th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing

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