Putin: lo zar del Ventunesimo secolo tra realpolitik e narrazione mainstream

0 1.596

Putin: lo zar del Ventunesimo secolo tra realpolitik e narrazione mainstream

Putin, nemico pubblico numero uno. Questo è il giudizio su uno degli uomini più potenti del mondo secondo i principali canali d’informazione occidentali (filoamericani). Ma questo non rende giustizia a un personaggio dalle sfumature varie e complesse rispetto a quelle di un vile dittatore.

Vladimir Vladimirovič Putin

Nato il 7 Ottobre del 1952 a Leningrado (oggi San Pietroburgo), Vladimir Vladimirovič Putin si laurea in diritto internazionale nella stessa città e inizia il suo servizio presso il KGB (Комитет государственной безопасности, ovvero Comintato per la sicurezza dello stato), l’agenzia di servizio segreto dell’URSS nel 1975. L’esperienza gli consente di sviluppare quelle capacità in materia di relazioni internazionali che lo porteranno a ricoprire nel 1999 il ruolo di primo ministro e, l’anno successivo, quello di Presidente della Federazione Russa (carica che ricopre tutt’ora per la terza volta dopo un periodo da primo ministro a causa dell’impossibilità, prevista dalla costituzione russa, di accumulare tre mandati consecutivi da presidente).

Una qualità che certamente non manca a Putin è il pragmatismo: le più che amichevoli relazioni con paesi quali Cina, Siria di Bashar al Assad, Iran, Venezuela, la Libia del generale Haftar (capo libico non riconosciuto dalla comunità internazionale) e l’Egitto di Al-Sisi (dittatore militare) lo testimoniano. Tutti paesi in cui il sistema democratico latita (alcuni considerati persino stati canaglia), ma pur sempre realtà con un peso strategico a livello economico, militare e geopolitico tale da mettere in secondo piano una (falsa) moralità circa le rispettive condizioni interne. Sintomo di una politica estera atta a favorire una posizione egemone sullo scenario internazionale che si tramuta in accordi di partenariato commerciale, tutto a favore dell’economia della Russia. La politica di realpolitik di Putin è di riflesso riscontrabile nelle azioni militari: dalla contrarietà (a posteriori giustificata) alla guerra in Iraq del dopo 11 Settembre, all’appello al dialogo con la Nord Corea, passando per il sostegno al governo siriano in chiave antiterroristica, e per l’aggressiva annessione della Crimea. Decisioni prese con una lucidità finalizzata all’interesse del popolo russo, che in maggioranza approva la linea estera. Dal punto di vista della politica interna le ombre tendono ad addensarsi: il serpeggiante clima di repressione del dissenso politico è stato sempre la principale accusa mossa dal mondo occidentale allo “zar”.

Putin inaugra la più grande moschea d’Europa a Mosca nel 2015

Mosse atte a mantenere una sorta di equilibrio di forze sullo scacchiere internazionale da parte della nazione più grande del mondo. Soprattutto in questo risiede il peso della Russia e l’influente potere del suo presidente: le risorse minerarie ed energetiche di uno stato che assomiglia, di fatto, più ad un continente che va dall’est Europa al Mar del Giappone, con una varietà di culture e religioni lontane dalla comune vulgata. Queste sono la principale arma di Putin: spesso le minacce di sospendere le forniture del prezioso gas russo hanno sortito risultati maggiori rispetto alle minacce belliche, come avvenuto nella vicenda ucraina. Una lotta senza quartiere e che si gioca su più tavoli, spesso in barba a qualsiasi regolamentazione e tutela dei diritti umani dei civili che vengono travolti da eventi più grandi della sorte di un intero popolo. Non è difficile intuire come all’interno dello scenario internazionale la principale legge che vale è quella del più forte: chi ha più carte da giocare ha la capacità di influire sui destini delle altre nazioni. E Putin di assi nella manica ne ha diversi. Non esistono reali strumenti giuridici di diritto internazionale coercitivi, atti a concretizzare una qual sorta di giustizia (etica o giuridica che sia). Gli equilibri mondiali vengono a realizzarsi in base a vicende prevalentemente politiche.

Putin
Un giovane Vladimir Putin ai tempi del KGB

Senza dubbio il maggior merito attribuibile a Putin è stato quello di aver risollevato le sorti di un paese che sembrava definitivamente in declino dopo il crollo dell’URSS, favorevole agli USA. A prescindere dalle fedi politiche, non è un segreto che la stragrande maggioranza dell’informazione occidentale pende dalle labbra proprio degli Stati Uniti d’America, con tutto ciò che ne consegue rispetto alla narrazione (spesso distorta) della patria di Dostoevskij. Informazione mainstream strumentalmente utilizzata in chiave propagandistica. Ciò non significa che Putin sia uno stinco di santo, ma semplicemente che le aprioristiche sentenze di condanna soffrono di una superficialità che spesso si traducono in palesi attacchi mediatici contro un uomo che mira alla conservazione dello spirito russo, spesso preso come esempio da contrapporre al mondialismo dilagante della nostra epoca.

Se si prova a sintetizzare il pensiero dell’uomo dietro il presidente, non c’è nessuna frase migliore che una dello stesso Putin: «La strada a Leningrado, cinquant’anni fa, mi ha insegnato una lezione: se la rissa è inevitabile, colpisci per primo». E Putin non sembra il tipo da cambiare facilmente opinione.

 Pierfrancesco De Felice per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.