Perché non voglio (e non dovreste nemmeno voi) vedere “Blade Runner 2049”

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Perché non voglio (e non dovreste nemmeno voi) vedere Blade Runner 2049

La locandina del film di Scott

La tentazione è forte e noi siamo ammiratori di Oscar Wilde: potremmo cedere quindi alla tentazione di dare la colpa ad Alexandre Dumas, ché già quando intitoli un romanzo Vent’anni dopo stai, inconsapevolmente, ponendo le basi per il deprecabile fenomeno del sequel. Esagerando, però, possiamo a risalire fino all’Eneide e, naturalmente, all’Odissea, che altro non sono se non due sequel dell’Iliade. Con cotanti illustri precedenti, dunque, è lecito provare una sì forte avversione per l’idea stessa di Blade Runner 2049?

Secondo noi, sì.

Intendiamoci, Villeneuve è un regista dal luminoso futuro e dal brillante presente, e ammettiamo (grazie al deprecabile spoiler di un parente) che preso a sé stante Blade Runner 2049 ha un senso ed una trama interessante e logica. Nondimeno, non crediamo che per l’arte valga il principio dello scalatore, per il quale si sale su una montagna “perché era lì”; né ha poi molto senso ogni e qualsivoglia considerazione su quella bestia strana che è il finaleaperto: perché l’esistenza stessa ha finale aperto e di qualsiasi cosa potremmo chiederci tragicamente quale sarebbe il seguito. Ma la Storia, che pervicacemente continuiamo a ritenere fondamentale per ogni tipo di narrazione e creazione artistica reale, non necessita di una chiusura: anzi, visto che il romanzo, e quindi il film, cambia col tempo e con noi fruitori, dovrebbe essere facile capire che il finale aperto non è un limite né, tampoco, una mancanza di conclusione. Soprattutto, il finale aperto lascia quel lecito margine di discrezionalità creativa al destinatario della storia: a noi cioè.

Il racconto nel racconto di Stand by me, storia conclusa ma non capita

Ma ormai dovremmo avere capito che, al netto di tutti i peana alla democrazia alla libertà, sappiano che quest’ultima spaventa, perché implica pensiero, consapevolezza e azione. E rischio. La vita non è cercare se stessi, è creare se stessi, diceva G.B. Shaw: cosa che non è da tutti. Men che meno è da tutti provare la Sindrome di Stendhal: o, per volare più bassi, capire che il senso della Storia può essere perfettamente conchiuso senza che tutti i fili narrativi siano stati annodati.

Nel bel Stand by me – Ricordo di un’estate di Rob Reiner c’è una sorta di cameo, una storia nella storia, con il protagonista, futuro scrittore, che racconta una storia ai suoi amici davanti al classico fuoco da campo protagonista di tante storia a stelle e strisce. Significato nel significato, il personaggio-King (sì, la base del racconto è autobiografica) rimane sbigottito nel vedere che gli amici non capiscono la fine della storia e ne pretendono la vera conclusione.

Per creare, è necessaria sensibilità: ma serve anche per fruire della creazione, per essere lettori, ascoltatori o spettatori: Blade Runner 2049 è frutto dell’insensibilità che non capisce che la storia originale era conclusa grazie al finale aperto, e non malgrado? Certamente no: è frutto della cinica consapevolezza del fatto che la maggior parte delle persone, la nostra maggioranza non silenziosa di analfabeti funzionali, ha bisogno di essere portata per mano, che di fronte ad un bivio nella foresta, con buona pace di Frost, non sceglierebbe mai la strada meno battuta.

Ne abbiamo viste di cose, purtroppo anche i sequel

Ovviamente, ci sono solide motivazioni economiche per i sequel, da Trainspotting a Blade Runner 2049, anche di lancio-rilancio di carriera, in qualche caso: ma non pensiamo valga la pena approfondire il discorso, tanta è la sua ovvietà. La serialità, in sé, comunque, non è un male. Risponde anche ad una serie di specifici bisogni, del tutto leciti: quello della sicurezza della ripetitività, di un transfert affettivo, di identificazione, di orientamento. Non sono bisogni che Blade Runner, quello di Ridley Scott, si proponeva di soddisfare, non sono bisogni per cui c’era bisogno dell’intervento di Blade Runner 2049. Shining, Trainspotting non sono, dal punto di vista narrativo, comics seriali: ci sentiamo di dare perfettamente ragione (ok, è una frase volutamente ad effetto e parziale dal punto di vista logico) a Quentin Tarantino quando dice che Matrix sarebbe il suo film preferito se non ci fossero stati reloaded e revolution. Il concetto stesso di sequel, su queste fragili basi, diventa pressoché ridicolo: chi mai si sognerebbe di girare il sequel di Taxi Driver? O del Cacciatore? Perché no, facciamo il sequel di Winnie the Pooh e vediamo se Christopher Robin si è impiegato in una banca o ha divorziato.

Un obbrobrio del genere sarebbe capace, siccome la memoria ha processi strani, di rovinare con effetto retroattivo, il senso di magia e gratitudine che abbiamo provato godendo di questi grandi film: per questo, non vogliamo il seguito del Laureato, non andremmo mai a vedere Cane di Paglia 2 e non vogliamo vedere (e voi non dovreste vedere) Blade Runner 2049.

Blade Runner 2049
Vent’anni dopo, operazioni artistiche o commerciali

Se volessimo essere severi (e perché non dovremmo, in fondo?), potremmo arrivare a dire che film come Blade Runner 2049 (che non sono serial cinematografici fin dal primo proposito, e del resto non hanno contenuto se non la morbosità e la spettacolarità degli Fx, come i Final Destination) aiutano coloro i quali si ostinano a ritenere il cinema la settima arte, ma arte minore. E d’altronde, chi si sognerebbe mai di scolpire il sequel della Venere di Milo, con le tette cadenti e le smagliature, o dipingere il sequel della Ragazza con l’orecchino di Perla, con le occhiaie, le zampe di gallina e i denti ingialliti?

In realtà, se lo sognerebbero di certo e anzi, cediamo pure pro bono l’idea a qualche malinteso epigono del lato oscuro della pop art (qualche Koons d’accatto, per esempio, anche se non è semplice): tanto, come diceva il poeta, se non si è abituati, pensare fa male. E, parafrasando il concetto che il problema oggi non è più l’ignoranza ma l’illusione della conoscenza, l’importante non è dare al pubblico il modo di riflettere, ma dargli l’illusione di riflettere: per il pensiero ci sono i Blade Runner (e i Philip K. Dick), per l’illusione del pensiero ci sono i Blade Runner 2049.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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