Guggenheim sotto accusa per la mostra “Art and China after 1989”: la libertà di espressione può essere limitata?

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Guggenheim sotto accusa per la mostra Art and China after 1989: la libertà di espressione può essere limitata?

Guggenheim Museum

Da qualche giorno il Guggenheim Museum di New York si trova al centro di una forte polemica che ha riaperto il dibattito su temi scottanti quali la libertà di espressione e i limiti ad essa imposti per poter consentire la pacifica e civile convivenza. La protesta, che ha visto coinvolta la mostra inaugurata ieri Art and China after 1989: Theater of the World, curata da Alexandra Munroe, è scoppiata quando si è deciso di rendere pubblici i nomi degli artisti e delle loro opere esposte all’interno della rassegna dedicata all’arte contemporanea cinese.

La mostra prevedeva infatti, tra i 150 pezzi d’arte sperimentale dalla natura molto forte, l’esposizione di tre opere in cui cani e altri animali erano protagonisti di atti piuttosto impressionanti. Si tratta di installazioni create tra il 1993 e il 2003, per simboleggiare il senso di oppressione che un paese come la Cina ancora oggi vive. Una delle opere finita nel mirino è infatti un video della già controversa coppia di artisti Sun Yuan e Peng Yu che, per sette minuti, proponeva il filmato di quattro coppie di pitbull ansiose di sbranarsi (immagine di copertina).
Un’altra delle installazioni incriminate, che aveva tra le altre cose dato il sottotitolo
Teatro del Mondo alla mostra, consisteva in una cupola illuminata dove centinaia di locuste, millepiedi, gechi, grilli e scarafaggi e altri insetti e rettili vivi avrebbero dovuto convivere destinati a rendersi “attori” di un macabro spettacolo di morte e sopravvivenza durante i tre mesi di esposizione.

Hhuang Yong Ping, Theater of the world

L’ultima delle installazioni finita sotto accusa, riprendeva invece un atto sessuale tra un cinghiale e un maiale marchiati con lettere dell’alfabeto cinese e romano per illustrare il contrasto tra diversi sistemi di scrittura e la natura selvaggia degli animali.

Inutile dire che la reazione delle istituzioni animaliste, prime fra tutte la PETA (People for the Ethical Treatment of Animals) e l’American Society for the Protection of Cruelty to Animals è stata immediata e decisa, tanto da far temere al Guggenheim atti violenti e vandalici verso le opere e verso gli stessi dipendenti del museo, costringendoli a ritirare le opere dal programma della mostra.

Anche le dimostrazioni di protesta da parte di numerosi artisti non sono tardate, prima fra tutte quella del dissidente Ai Weiwei, che considera le pressioni esercitate verso il museo per la rimozione delle opere come una limitazione del diritto ad esercitare la propria libertà di espressione.

Ai Weiwei

Questa situazione riapre quindi uno storico e acceso dibattito, che ci porta inevitabilmente a domandarci fino a che punto può essere lecito spingersi per poter esprimere una propria idea e fino a che punto l’arte possa essere considerata tale, prima di sfociare in crudeltà fine a se stessa. Si tratta di una discussione che nasce, probabilmente, anche dalle consistenti differenze culturali che inevitabilmente portano ad avere visioni molto diverse su temi etici, soprattutto in paesi contradditori come la Cina, dove una modernizzazione estrema spesso ancora si scontra con diverse limitazioni delle libertà personali e dei diritti fondamentali. Sicuramente viene da chiedersi se la denuncia di situazioni critiche debba per forza passare attraverso la violenza verso altre creature viventi o se non sia possibile trovare linguaggi espressivi alternativi, più rispettosi verso la vita e la dignità in ogni sua forma.

Art and China after 1989: Theater of the World
A cura di
Alexandra Munroe
Guggenheim Museum, New York
Dal
6 ottobre 2017 al 7 gennaio 2018

Beatrice Obertini per MIfacciodiCultura

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