I Grandi Classici – “Il Signore delle Mosche”, madre di tutte le distopie

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sir William Golding

L’orrore del Cuore di tenebra di Conrad coniugato con la visione poetica di Edgar Allan Poe sull’opera letteraria con un senso palese ed altri leggermente, allegoricamente sotterranei: signore e signori, è Il Signore delle Mosche, opera prima e capolavoro di sir William Golding, la distopia per eccellenza, la distopia delle distopie.

Se mai qualcuno avesse la bontà autolesionistica di seguirci con costanza nel nostro peripatetico viaggio tra i Grandi Classici, saprebbe certamente con consideriamo il romanzo di Golding una delle quattro distopie irrinunciabili, complessivamente madri di tutte quelle successive nonché di buona parte di tutta la letteratura futuribile mai prodotta: abbiamo già detto altresì però che Il Signore delle Mosche è, dal punto di vista stilistico e tematico, quello meno “distopico”, rispetto a 1984Il Mondo nuovoFahrenheit 451, eppure della nostra ideale quadrilogia è la colonna portante e l’opera largamente più drammaticamente priva di ogni riscatto possibile.

Nobel per la letteratura nel 1983

Il Signore delle Mosche è la storia di un gruppo di ragazzi che precipita su un’isola deserta, in fuga da una non meglio specificata guerra nucleare, provenienti da un ugualmente non meglio specificato college inglese. Senza adulti intorno, il gruppo di ragazzi prova a riorganizzarsi: ma se i primi tentativi sembrano avere successo, ben presto emerge il lato oscuro e violento del cuore dell’uomo, completo di paure ancestrali e comportamenti del tutto irrazionali, e quello che a tutta prima poteva apparire come un prototipo di Arcadia, di paradiso terrestre, si trasforma in un inferno.

L’uomo produce il male come le api producono il miele è una delle frasi da t-shirt che la nostra società distopica estrapola dal pensiero del premio Nobel William Golding. In realtà, la sguardo di Golding vede qualcosa di molto peggiore di quanto si possa esprimere con una frase ad effetto: Il Signore delle Mosche, come un trattato di antropologia culturale, sorta di Fondamenti del pensiero primitivo di Hallpike, mostra come la patina di civiltà che ricopre l’animale uomo sia sottile e volatile, pronta a dissiparsi come il fumo segnalatore dell’isola tenuto vivo dai ragazzi per essere visti e salvati.

Il Signore delle Mosche è la testa di maiale selvatico che, come un totem, come un feticcio, i giovani upper-middle-class inglesi (e, al  netto del fatto che Golding stesso era inglese, la scelta della loro nazionalità non è certo casuale) impalano su un picca in un rigurgito di idolatria regressiva; Il Signore delle Mosche è anche uno dei nomi di Satana, anche un nome demoniaco di origine fenicia (il male prende origine da lontano, L’esorcista docet). Ma né l’Homo sapiens né i giovani inglesi hanno bisogno, ancora con Conrad, di un’origine soprannaturale del male: l’isola è ricca di cibo, acqua e presenta un clima ideale, ma la facilità della vita non favorisce il mantenimento della civiltà e i giovani naufraghi hanno bisogno di essere salvati da loro stessi anziché da eventi esterni.

La regressione dalla patina di civiltà

Il tema del naufragio è caro alla letteratura sin dall’Iliade, e arriva a Il Signore delle Mosche passando per Robinson Crusoe (e il suo epigono Tom Hanks) e arriva sino al deprecabile seriale Lost: nessuno, però, raggiunge l’intensità del pessimismo cosmico sulla natura umana di Golding, portato avanti dai comportamenti dei suoi giovani naufraghi. La doppia dualità Ralph-Piggy, che rappresenta la razionalità pragmatica e positiva unita alla ragione assoluta e al pensiero elaborato viene letteralmente spazzata via da quella del doppelganger Jack-Roger, forza bruta, sopraffazione e crudeltà fini a se stesse.

Il Signore delle Mosche ha avuto poco successo al cinema, in forza del fatto che presenta una tematica-tabù come quella della malvagità infantile (che arriva tranquillamente fino all’omicidio), che si riverbera in una visione ferina dell’uomo senza speranza alcuna di riscatto, che al cinema potrebbe essere reso adeguatamente solo da un regista con la vocazione ad essere disturbante, come Gaspar Noé o almeno Jan Kounen. Ma poco male: la sua dimensione è quella del romanzo, che Golding elabora con una maestria insuperabile per un’opera prima (a suo discapito, solo alcune cadute di didascalismo dovute verosimilmente ad un’eccessiva urgenza dimostrativa).

Il Signore delle Mosche, ritorno all’idolatria

Appare chiaro, insomma, il perché Il Signore delle Mosche è la Distopia Suprema: Golding è luterano nella sua visione dell’uomo, che è un Vas Damnationis, è il nadir di Rousseau che riteneva che la società corrompesse l’uomo. L’uomo di Golding, al contrario, non può essere corrotto perché la perversione è già la sua natura e non nell’uomo adulto bensì da subito, dall’adolescenza, meglio ancora da quell’infanzia che i più vogliono ostinatamente considerare “pura” (continuando, ad esempio, a negarne la sessualità anche dopo Freud). Su questo, si insatura poi il discorso sui totalitarismi, perché con queste condizioni di partenza la conseguenza “naturale” da un punto di vista sociale è la repressione, l’oscurantismo, l’homo homini lupus incarnate da Jack e i suoi cacciatori.

Non deve stupire che Il Signore delle Mosche abbia subito censure e ostracismi: semmai, ci deve stupire che sia ancora in circolazione, Il Signore delle Mosche e le altre nostre amate distopie. Leggetele, finché siete ancora in tempo, ché qua han ricominciato a bruciare i libri.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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