#COGITOERGOSUM – La violenza come linguaggio espressivo giovanile

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#COGITOERGOSUM – La violenza come linguaggio espressivo giovanile

La violenza è uno dei mattoni da costruzione della nostra epoca: essa è il braccio, metaforicamente e non solo, della devianza comportamentale che osserviamo dilagare ogni giorno.

Ma la violenza, un tempo trasversale, oggi è affare quasi esclusivo dei giovani: così se un professore ti sgrida perché fai uso dello smartphone durante l’orario di lezione, non chiedi più scusa e ti vergogni il giusto che basta a farti passare la voglia di trasgredire le norme per un po’, ma piuttosto ti alzi e, ergendoti a reincarnazione dell’imprudenza e della sfacciataggine, le stampi un bel pugno in faccia. Fantascienza? Basta prestar lo sguardo alla cronaca per capire che non si tratta di realtà alterata o di un romanzo fantasy, bensì della nostra verità quotidiana: l’ultimo episodio proprio ieri in Sardegna.

Ma la violenza non può essere condannata e basta: chi ha a cuore un progresso, inteso in qualche senso ulteriore rispetto a quello logico, non può comportarsi solo da giudice; occorre anche contribuire alla legiferazione, da buoni democratici occidentali. La violenza deve essere indagata, studiata e avvicinata: c’è soprattutto da capire perché mai essa sia divenuta uno dei canali espressivi da parte delle giovani generazioni. La violenza ha preso il posto della parola in maniera troppo banale, facile. Il passaggio dal parlato all’atto si è drasticamente ristretto se confrontato con altri periodi storici: non vi è più lo spazio della sopportazione, della riflessione, del contegno. Tutto è veloce nel nostro mondo, così anche le emozioni corrono, venendo meno alla loro stessa natura di accogliente tranquillità e progredente divenire.

Oggi è difficile riconoscere le emozioni, incastrati tra stimoli velocissimi in sequenza: questo frame nega il tempo necessario per ascoltare le emozioni, e non a caso sono sempre più diffusi gli studi di psicologi sociali sull’analfabetismo affettivo che sta colpendo la nostra società. Ma c’è una spiegazione a questo nuovo modo di esprimersi che usa la violenza come medium per raggiungere l’altro? Forse è solo una suggestione, ma l’era digital, che così tanto connota la nostra gioventù, potrebbe giocare una parte pesante nella genesi del fenomeno: la nuova e pervasiva comunicazione multimediale ha scompensato le tempistiche relazionali sclerotizzando il nostro modo di incontrare l’io psicologico degli interlocutori, così alla prima discrasia cognitiva di rapporto non ci impegniamo più a riparare lo strappo creato, ma piuttosto tendiamo a tagliar via il pezzo rovinato, attraverso la violenza.

Come cancelliamo sbuffando una mail che ci disturba, così mettiamo a terra con pugni e calci chi pronuncia vita che non ci aggrada: viene sempre diminuendo la dimensione dialogica ed empatica dello scambio e aumentando la quantità dei rapporti, a discapito della qualità.

Tutto si deve poter liquidare, distruggere, togliere di mezzo, anche le persone: non a casa viviamo il tempo dei “beni“. Riscoprire un po’ di “bene” non sarebbe male… Come? Educando al bello, al pensiero critico, alla virtù, in una formula, mettendosi attivamente sulla strada di questo bene, qualsiasi cosa esso sia:

Nessuno sceglie un male capendo che è un male, ma ne resta intrappolato se, per sbaglio, lo considera un bene rispetto a un male maggiore.

Epicuro

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

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