Il 90% dei curdi spinge per l’indipendenza, ma i tempi sono già maturi?

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Il 90% dei curdi spinge per l’indipendenza, ma i tempi sono già maturi?

Lo scorso 25 settembre gli abitanti del Kurdistan iracheno sono recati alle urne per votare un referendum sull’indipendenza. Sembra che più del 90% dei curdi abbia votato per avviare le trattative di secessione con l’Iraq. In queste settimane il caso catalano è balzato al primo posto nelle testate internazionali. Nonostante la sua enorme importanza storica, sociale e il pericolo di violenze ad esso connesse lo scenario curdo merita (e meriterebbe) più attenzione mediatica.

Per comprendere la genesi del nazionalismo curdo occorre tornare indietro di 130 anni nella storia dell’utopico Grande Kurdistan. Il nazionalismo curdo venne alla ribalta negli anni Ottanta dell’Ottocento. I curdi, allora integrati nell’Impero Ottomano e beneficiari di qualche (seppur piccolissima) autonomia, avevano iniziato a reclamare maggiore spazio, forti dell’appoggio russo e inglese. I russi e gli inglesi infatti già alla fine del Diciannovesimo secolo avevano cercato di guadagnarsi le simpatie curde nell’ottica di una visione tattica e strategica contro l’Impero Ottomano. La diplomazia inglese fu più efficace di quella russa e la presenza dei britannici nel territorio della Sublime Porta si fece sempre più rilevante in quei decenni. Con lo scoppio della la Prima Guerra Mondiale gli inglesi intensificarono ancora di più la loro opera di propaganda per ingraziarsi i curdi e usarli come combattenti interni all’Impero Ottomano, ormai prossimo al collasso. Infine, il disimpegno dell’Impero Russo nel 1917, a causa della rivoluzione bolscevica,  spostò i curdi totalmente sotto l’influenza britannica.

Nel caos della guerra i diplomatici europei concessero larga autonomia, soprattutto al Kurdistan iracheno, convincendo i curdi a partecipare in questa guerra “di liberazione” contro gli ottomani, che da sempre li soffocavano. Una volta instillato il sogno di indipendenza nell’anima dei combattenti curdi, gli inglesi (e in generale le potenze della Triplice Intesa) non esitarono a voltargli le spalle. Nel 1920, nel Trattato di Sèvres, per la prima volta venne considerata sulla carta l’ipotesi di uno stato curdo. Ma nello stesso anno, dalle ceneri dell’Impero Ottomano sorsero i nazionalisti turchi fedeli a Mustafa Kemal che costituirono ad Ankara un governo parallelo.

Di conseguenza gli inglesi, una volta assicuratisi la formazione dell’Iraq, uno stato sotto la loro influenza, ricco di zone strategiche e di risorse naturali ma con una forte presenza curda, si precipitarono a tagliare fuori i curdi dalle trattative (ormai orfani anche di uno stato dal quale secedere), stringendo una pace con i turchi: il Trattato di Losanna. In questa “pace turca” venne riconosciuta la Repubblica di Turchia (1923), si ridisegnarono i confini e la voce Kurdistan sparì da ogni ipotetica carta geografica, i curdi persero ogni diritto culturale e politico.  Le potenze dell’Intesa, dopo aver illuso con promesse d’indipendenza i curdi e fomentato il loro nazionalismo, chiusero le porte e gli spazi al Grande Kurdistan, lasciando la popolazione curda sparsa fra Iraq, Iran, Turchia, Siria e Armenia, priva di ogni riconoscimento internazionale o statuto.

A cento anni di distanza, i curdi ancora non hanno trovato una fissa dimora e sono attualmente coinvolti nel conflitto contro lo Stato Islamico. L’apporto curdo è stato fondamentale nella resistenza contro il califfato, ma le offensive dei peshmerga (combattenti) curdi non avrebbero avuto lo stesso effetto se non fossero state coadiuvate dagli aiuti militari e finanziari statunitensi e israeliani. Un secolo dopo la distruzione del sogno indipendentista per i curdi, lo scenario appare molto simile: i curdi vengono utilizzati da altre fazioni come combattenti contro un nemico comune, ma la ricompensa, sotto forma di concessione dell’indipendenza sembra essere lontana. Le domande aperte nello scenario geopolitico mediorientale sono molte: quando verrà sconfitto lo Stato Islamico? Una volta sconfitto, i curdi accetteranno di ritornare nell’ombra senza neanche uno stato vero e proprio in cui abitare? La mancata concessione dell’indipendenza che conseguenze avrebbe?

La situazione è più complessa di quanto si possa immaginare: un eventuale Kurdistan andrebbe a modificare gli attuali confini di almeno tre nazioni: Turchia (dove vive la maggior parte dei curdi), Iraq e Siria. Inoltre, in questo secolo di forzata cattività, il popolo curdo si è evoluto in maniera molto disomogenea e spesso contrastante. Nella composizione della popolazione curda, infatti, esistono numerose divisioni interne fra partiti come il PYD (Partito dell’unione Democratica, forte nella zona del Rojava, ossia il Kurdistan siriano), il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan, di stampo marxista-leninista, sostenuto soprattutto in territorio turco e iracheno) e un’altra miriade di partiti-milizia come il PDK o il PUK. Come se non bastasse i curdi parlano, in base al loro territorio di origine, almeno 5 diversi dialetti. Interminabile.

La divisione interna fra le varie fazioni curde ha portato addirittura ad alcuni scontri armati fra i curdi stessi, in un tutti contro tutti sempre più caotico e furioso. Per questo motivo, è probabile che i curdi vengano nuovamente abbandonati una volta venuto meno il loro potere strumentale, mediatico e strategico.

Nel frattempo, nelle zone abitate da questo popolo imperversa senza sosta la crisi umanitaria e sociale: l’area è spaccata internamente, ha due eserciti, è sommersa dai debiti, la fornitura elettrica non è garantita e la popolazione rischia ogni giorno la vita e a questo va aggiunto il dubbio rispetto dei diritti umani applicato dai curdi; vedasi il caso Wedad Hussein Ali, giornalista curdo assassinato nel 2016, o il caso Dahuk Sarwin Nobadar (studentessa 21enne arsa viva dal padre per ragioni di natura ideologica e religiosa). Nonostante il voto quasi unanime al referendum, sembra proprio che l’indipendenza del Grande Kurdistan debba attendere ancora.

Francesco Carucci per MIfacciodiCultura

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