Il tempo dell’Africa e le tante sfaccettature del volontariato

0 1.318

Il tempo dell’Africa e le tante sfaccettature del volontariato

Una classe delle elementari a nelle baraccolpoli di Dar-Es-Salaam

Ci siamo tutti svegliati una mattina con l’idea di partire, zaino in spalla, ad aiutare chi ha più bisogno di noi, dar loro nuove possibilità e rendere il mondo un posto migliore. Quei pochi impavidi e determinati che lo zaino lo fanno per davvero torneranno con valige colme di racconti strappalacrime, convinti di aver davvero fatto la differenza. Il volontariato è diventato un po’ una moda, come il backpacking e il veganismo. Perché si parte? Quali sono le ragioni più profonde che ci spingono a fare i bagagli? E soprattutto, cosa significa davvero essere un volontario?

Il dizionario Treccani definisce volontariato la «prestazione volontaria e gratuita della propria opera, e dei mezzi di cui si dispone, a favore di categorie di persone che hanno gravi necessità e assoluto e urgente bisogno di aiuto e di assistenza». Di ritorno da due mesi in Tanzania come insegnante di inglese in una scuola primaria, mi sono ritrovata a dover tirare le fila di quella che credevo essere la grande esperienza della mia vita. E mi sono resa conto che l’esperienza vera e propria si divide in tre momenti fondamentali: la decisione, il volontariato in sé e la rielaborazione.

Una delle domande che mi sono posta, seppur inconsciamente, è perché. Sembra ovvio, ma non lo è. Molti volontari non partono solo per far del bene agli altri, ma a sé stessi. Partire per due mesi in Africa significa andare alla ricerca di qualcosa di noi che abbiamo perduto, dimenticato o violentemente massacrato. Significa chiudere temporaneamente con la vita e cercare una risposta ai quesiti che ci affliggono sin dalla tenera età, primo tra tutti trovare la nostra fatidica strada in questa vita. Ergo spesso siamo mossi da un bisogno visceralmente egoista. 

Il riposo dei guerrieri

Per quanto riguarda l’esperienza in sé, mi avevano avvisato che non sarebbe stato ciò che mi aspettavo, che sarebbe stato difficile. Più che fare orecchie da mercante, forse, pensavo che loro non sapessero, non capissero. E che la mia Africa sarebbe stata diversa. Ovviamente mi sbagliavo. Non avevo aspettative vere e proprie, anche se nel profondo probabilmente pensavo che avrei potuto influenzare le vite di questi bambini, renderle migliori. Pensavo di poter essere utile. Ed è questo il punto cruciale. Al momento dell’acquisto del biglietto, ci si ritrova eccitati all’idea di fare la differenza, di poter essere (finalmente) indispensabili, tentazione a cui è difficile resistere. La verità è che, medici a parte, non si è mai indispensabili. Si è osservatori, venuti da lontano per conoscere questo mondo diverso, guardare, ascoltare, giocare.

Due mesi sono lunghi e difficili. Venendo dal nostro confortevole bozzolo globalizzato, non siamo preparati alle più piccole inconvenienze, quali la mancanza di acqua, l’assenza di elettricità per giorni, il cibo povero e sempre lo stesso. Per non parlare della malaria, temuto avvoltoio sulla spalliera. Perché nella mia Africa, purtroppo, c’è stato posto anche per lei, con tanto di corse in ospedali simili a garage e dottori in divisa da soldato. Il ritorno a casa quindi, per certi versi, arriva anche come un evento ben atteso, condito con la felicità delle piccole cose quotidiane. Una volta rimesso piede nel proprio letto si tirano le somme di ciò che si è vissuto e lo si confronta con le aspettative pre-partenza. Devo ammettere che questa è stata, ed è tutt’ora, la parte più complessa.

Siamo osservatori, non principi azzurri venuti a salvare la situazione, quindi cosa portiamo davvero a questi bambini? Qual è il nostro contributo se, alla fine, andiamo per far del bene a noi stessi? La risposta a queste due domande è semplicissima: il tempo. Nel caos frenetico che è divenuto il mondo oggi, non ci si rende conto di quanto significhi dedicarsi a qualcun altro, dare i propri preziosissimi giorni a una persona che molto probabilmente non rivedremo mai più. In cambio si ricevono doni inestimabili, quali la possibilità di imparare, osservare e ascoltare persone di un altro mondo, di un’altra vita. Durante questo tempo di sacrificio, si raccolgono semi, tanti semi, pronti a crescere rigogliosi. Semi però, non frutti. Il fertilizzante è sempre quello: il tempo.

Col tempo essi germoglieranno in bellissimi fiori, pieni di polline di consapevolezza. Ci renderanno persone in grado di fare scelte migliori, di migliorare il nostro ambiente e di conseguenza il domani. Semi, non frutti, perché il mondo non si cambia in missione, si cambia al ritorno.

Luisa Seguin per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.