Sconfitti in primo piano: Gerwarth analizza gli effetti della Grande Guerra

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Sconfitti in primo piano: Gerwarth analizza gli effetti della Grande Guerra

Quale sorte hanno avuto gli sconfitti alla fine del primo conflitto mondiale?
Molto spesso, quando facciamo analisi generali, finiamo per dimenticarci dei particolari. Sovente, infatti, quando ci capita di parlare della Grande Guerra, ci focalizziamo in modo specifico solo su alcuni punti: le cause che l’hanno scatenata, le fasi più acute del conflitto e la pace finale.

Lo storico e scrittore Robert Gerwarth

Tuttavia, analizzando nel dettaglio le varie vicende, ci rendiamo conto che, anche dopo la fine della guerra, le ostilità continuarono a lungo. I conflitti in questioni furono soprattutto interni. Un esempio lampante è rappresentato dalla Russia, che a partire dal 1917, ossia con la Rivoluzione bolscevica, diede vita a uno stravolgimento notevole per i rapporti con le altre potenze. Ci sono poi altri vari casi, per riportare alcuni esempi, come la Guerra d’indipendenza irlandese, la crisi economica in Germania e la guerra d’Indipendenza turca, culminata con la dura riconquista di Smirne.

Questa sezione storica di un’Europa apparentemente in pace ma in realtà dilaniata dalle conseguenze della Prima Guerra Mondiale è stata descritta recentemente da Robert Gerwarth nel libro La rabbia dei vinti. La guerra dopo la guerra 1917-1923. In questo libro, Gerwarth, si pone appunto l’obiettivo di dare un ritratto fedele di quel periodo storico, che spesso passa in secondo piano.

Winston Churchill (Woodstock, 30 novembre 1874 – Londra, 24 gennaio 1965)

Egli sostiene che l’Europa, nel periodo compreso tra il 1918 e il 1923, fu il luogo più violento del pianeta. Perché allora viene dato così poco risalto a questi conflitti di cui stiamo trattando? Probabilmente la colpa è di Winston Churchill. Egli, infatti, con eccessiva dose di leggerezza, giudicò i conflitti postbellici come «guerre di pigmei». La solitudine degli sconfitti. L’Europa di quel tempo, infatti, guardava con sospetto a oriente: in seguito a tutte le vicende che portarono alla Guerra, alle crisi e guerre balcaniche, gli europei consideravano quella zona del mondo intrinsecamente violenta, turbolenta, che era nettamente inferiore all’occidente  dove, apparentemente, regnava la pace. Gerwarth attribuisce le colpe di questa ignoranza nei confronti della materia alla letteratura storica tradizionalmente in uso.

Manca un volume che analizzi in una prospettiva d’insieme le esperienze di tutti gli Stati europei sconfitti nella Grande guerra

dice senza mezzi termini. Avere una buona conoscenza degli eventi che si consumarono durante la Prima Guerra Mondiale, e dei paesi che maggiormente continuarono a subirne le conseguenze anche a fine conflitto, ci può far capire una volta per tutte le cause della loro inquietudine. L’impero austro-ungarico fu smantellato, la Russia autocratica di Nicola II fu completamente stravolta dalla Rivoluzione che portò lo stesso Paese in pochi anni a diventare una potenza assoluta, il crollo dell’impero ottomano, causarono degli stravolgimenti notevoli, a partire dalla nuova cartina geografica che si delineò quegli anni.

Questi paesi vennero dunque sconfitti due volte: una volta in guerra e un’altra volta da una cultura che, in quel periodo, esaltava fortemente l’occidente. Il titolo del libro di Gerwarth è molto calzante, infatti La rabbia dei vinti è sì un focus su quei conflitti di cui la storia attuale parla poco, ma potrebbe anche essere visto in un’ottica più generale. Spesso e volentieri domina la concezione che il vincitore è colui che fa la storia. Pertanto ci sentiamo legittimati a dimenticare lo sconfitto. Avviene in moltissimi ambiti della vita, non solo in riferimento alle guerre. L’auspicio è quello di trovare nel libro di Gerwarth una letteratura soddisfacente sotto il punto di vista storico: sarebbe un’assoluta novità.

Anche per dimostrare finalmente a Winston Churchill, se mai ce ne fosse bisogno, che non si trattava di guerre di pigmei.

Francesco Dalla Casa per MIfacciodiCultura

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