Il referendum catalano e le incertezze dell’Unione Europea

0 947

Il referendum catalano e le incertezze dell’Unione Europea

Domenica 1 ottobre, in Spagna si è tenuto il referendum catalano per l’indipendenza della regione a cui ha partecipato il 42% della popolazione e in cui ha vinto il sì con una percentuale del 90%. Gli eventi che l’hanno preceduto, però, pongono numerose domande e lasciano aperti diversi scenari sul futuro della Spagna e dell’Europa stessa.

Il governo centrale, guidato dal primo ministro conservatore Mariano Rajoy, ha fin da subito dichiarato illegale ed illegittimo il referendum e questo ha portato ad un clima di repressione molto acceso, tanto che nei giorni precedenti si erano verificati numerosi episodi di violenza e frequenti arresti di politici e governatori locali, sfociati in forti scontri anche durante il giorno della votazione. La popolazione era insorta, manifestazioni a favore o contro il voto si accendevano in ogni parte del paese. Il governo aveva dato l’ordine di bloccare i seggi, di sequestrare il materiale referendario ed impedire il voto a tutti i costi. D’altra parte, invece, gli indipendentisti catalani non si erano arresi ed avevano invitato la popolazione a recarsi ai seggi (nonostante il voto non sarà comunque considerato valido dal governo centrale) e occupavano scuole ed edifici. Non è la prima volta che la Catalogna si trova a vivere una situazione di tale instabilità: nel 2014 il Tribunale Costituzionale aveva dichiarato illegittimo il referendum allora indetto e questo si era tradotto in una semplice consultazione a cui avevano partecipato in pochissimi. Dal canto suo, l’Europa rimane a guardare, limitandosi ad un generico e neutrale invito al dialogo.

Eppure nessuno, Europa in primis, può dirsi realmente estraneo alla vicenda del referendum catalano. Viviamo, infatti, in un’unione composta di numerose autonomie politiche e geografiche e di importanti nazionalismi, come quello spagnolo, che anche grazie al regime di libertà e al riconoscimento di diritti che ha creato l’Europa, si fanno sempre più forti.

Ciò che si evince dalle vicende spagnole è l’estrema separazione che caratterizza uno dei paesi più forti della comunità Europea, ma che è altresì presente in molti di questi. Noi italiani conosciamo bene la realtà delle autonomie, tanto da aver costruito un ordinamento che oggi regolamenta in maniera precisa i rapporti tra lo stato e le autonomie locali. La Repubblica Italiana si muove, quindi, in una cornice di unità che i tentativi di alcune fazioni politiche a sostegno della frammentazione non sono riusciti a scalfire. In Spagna, al contrario, dove l’indipendenza della regione catalana è assai più forte e politicamente più strutturata, il potere del governo centrale è minacciato dalle istanze indipendentistiche, tanto da preferire la via della repressione a quella del dialogo. Ciò che in Italia è stato fatto, è un’operazione di consapevolezza dell’esistenza delle realtà locali e di un loro riconoscimento costituzionale, alla luce di una solida unità nazionale. Non è solo un’operazione politica ma anche culturale, sociale e basata, in buona parte, sul sentimento patriottico degli italiani. Uno stesso percorso, a livello europeo, non è percorribile perché manca il substrato storico comune che caratterizza invece il nostro popolo.

Ovviamente le conseguenze delle istanze di separazione sfociate nel referendum catalano non tarderanno a ripercuotersi anche sui delicati equilibri dell’Unione Europea. Già da diversi anni l’Europa sembra schiacciata dal peso delle autonomie dei singoli stati che rischiano di far scoppiare un sistema assai delicato e che si fonda, per lo più, solo sulla volontà di restare uniti. La Comunità Europea nasceva con lo scopo di imporsi nel mercato globale con una voce tale da competere con i giganti americani ed asiatici. L’Italia, la Germania, l’Inghilterra, non avrebbero potuto contrattare ad armi pari con paesi come l’America perché estremamente più piccoli e con un mercato di scambi più ristretto. Ciò che era nato come accordo a sfondo economico si è trasformato ben presto in qualcosa di più grande. L’Unione Europea, come delineata oggi, prevede anche una certa comunione a livello culturale, sociale, di valori e di intenzioni. Basta pensare a convenzioni come la CEDU (Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo), il cui rispetto è requisito essenziale per entrare nell’Unione Europea. L’UE ha organi politici e di governo, adotta decisioni che coinvolgono tutti gli stati, ha un Tribunale ed una Corte di Giustizia capace di influenzare gli ordinamenti nazionali. Eppure ciò che sembra a volte mancare è il medesimo elemento da cui è nato il referendum della Catalogna: l’intenzione comune di restare uniti.

Reportage dei fatti violenti dello scorso 1 ottobre

Un fatto incontrovertibile è che gli abitanti dell’Unione Europea non riescono ancora a sentirsi tali. Nonostante l’unione di lunga data nessuno di noi si sente un cittadino europeo e un sentimento di insoddisfazione serpeggia pericolosamente tra gli abitanti. Noi siamo italiani, ma ancora prima ci sentiamo romagnoli, siciliani, lombardi, pugliesi, abruzzesi. È più facile per ogni uomo riconoscersi in quella realtà politica e geografica che sente più vicina a sé, e questa è, inevitabilmente, l’ente locale con cui si rapporta più da vicino durante la propria vita. Allo stesso modo, i catalani non si sentono spagnoli. Ricordando la vicenda Brexit, i cui risvolti politici ed economici non tarderanno a manifestarsi in termini di stabilità europea, i recenti avvenimenti in Spagna non possono non portare a creare un’analogia tra le due situazioni. Le autonomie locali hanno sempre costituito, in ogni paese dove si trovano, un elemento di instabilità politica ed un elemento di crisi per il governo centrale, da sempre indeciso tra l’oppressione e la concessione di diritti. Ciò accade perché la realtà locale si pone come tramite tra lo Stato – o l’Unione Europea, ragionando più in grande – e il cittadino e ciò finisce per creare una frattura tra quest’ultimo e le realtà politiche più lontane. L’Italia, al termine di un processo molto vivo nella storia, è riuscita ad intraprendere la strada della convivenza e del riconoscimento. Ma che dire dell’Europa? Sarà in grado di mantenersi unita nonostante le istanze contrarie? Il sapersi riconoscere all’interno di un entità così lontana da noi, che alcuni cittadini non conosce nemmeno se non per sentito dire, è un sentimento che si costruisce col tempo e con fatica, ma l’Europa sembra aver fallito, almeno per ora, questa partita. Il punto nodale è che gli Stati stessi cercano di limitare l’estensione della forza politica europea, rafforzando la propria autonomia e mettendo in discussione la sovranità sovra-statale degli organi europei. In un sistema come quello europeo, basato sui concetti di indipendenza, libertà e diritti, ma dove gli Stati faticano a riconoscere sovranità agli organi dell’Unione, le autonomie locali riescono ad acquistare ancora maggiore forza.

Non sempre, però, il riconoscimento delle autonomia locali è in contrasto con la solidità del governo centrale come è accaduto in occasione del referendum catalano, mentre il dialogo è l’arma che i politici dovrebbero utilizzare per cercare di ricostruire un’unica popolazione unita e composta da così tante realtà diverse per storia, cultura e valori. L’esito della consultazione referendaria in Catalogna rappresenta un segnale di allarme che ci obbliga a riflettere sui concetti di unità politica e di indipendenza all’interno di una Unione Europea che, se non riuscirà ad assorbire la forza delle istanze indipendentistiche ricomprendendole sotto la propria linea di confine, rischierà di collassare e sgretolarsi sotto il peso delle stesse.

Veronica Morgagni per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.