“What Were You Wearing?”: i vestiti delle vittime di violenza in mostra per sensibilizzare

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What Were You Wearing?

Se c’è un argomento di cui è ancora difficile parlare questo è lo stupro: ogni volta che accade un episodio di violenza ecco che tornano a galla tutta una serie di pregiudizi legati alla sessualità ed al corpo femminile, al suo valore e alla sua violazione. Certo, non è una prerogativa femminile essere abusati, ma se già molte donne denunciano a fatica perché preoccupate dai giudizi altrui, figurarsi gli uomini, terrorizzati di essere sminuiti nella loro virilità, che preferiscono tacere nascondendo un trauma gravissimo.

Da queste parti, i recenti fatti di cronaca, vera e propria manna dal cielo per le testate giornalistiche tutte, sono stati dati in pasto alle folle social, le quali non hanno mancato di esprimere le proprie opinioni molto spesso violente ed irrispettose. Perché questo? Perché subito si pensa che la vittima non sia poi così vittima e che forse nasconde qualcosa?
Chissà cosa spinge molti di noi a non pensare che quello che si sta frettolosamente giudicando è un essere umano violato nella sua intimità, ma a considerarlo solo un pezzo di carne che da tale voleva essere trattato e se l’è cercata. Chissà cosa ci impedisce di empatizzare, di comprendere, di astenerci da giudizi inutili e non richiesti. Questo pensiero sospettoso, però, bisogna sottolineare che non è diffuso solo in Italia, ma in tutto il mondo, anche nei civili Stati Uniti, come dimostra l’esigenza di creare una mostra dal titolo What Were You Wearing?. Ebbene, cosa indossavi quella sera? Avevi forse un abito troppo corto? Oppure una gonna troppo provocante? Una scollatura troppo audace?

What Were You Wearing?

L’esposizione è stata organizzata da Jen Brockman, direttrice del Centro per la prevenzione e formazione sessuale del Kansas, in collaborazione con la dottoressa Mary Wyandt-Hiebert nel 2013 e dopo aver girato diverse università è ora a Lawrence presso l’Università del Kansas. Quello che vediamo sono i 18 outfit di 18 vittime di stupro sopravvissute alla violenza: abiti comuni donati dagli studenti delle università, che ci mostrano come non conti il modo in cui si è vestiti perché chiunque potrebbe essere vittima di violenza indipendentemente dai capi indossati.
Ogni vestito è accompagnato da una breve descrizione della storia a cui è legato, lasciando ancora più amareggiato lo spettatore: una bambina di sei anni, una ragazza in costume o un’altra fuori a divertirsi con le proprie amiche, tutte si svelano provando ad espiare il proprio senso di colpa. Già, perché il fine di What Were You Wearing? è quello di annientare il maledetto senso di colpa che blocca molte delle vittime, le quali si sentono responsabili per aver provocato una reazione violenta. Ebbene, la colpa è di chi ha deciso di vivere la propria vita in libertà o di chi questa libertà ha provato ad appropriarsene?

È davvero difficile oggi parlare di violenza sessuale in maniera razionale al fine di trovare una soluzione: hanno senso i vagoni sulla metro riservati alle donne? Sono davvero d’aiuto le telecamere diffuse a tappeto? Dovrebbe essere obbligatorio seguire un corso di difesa personale? Forse, e sottolineo forse, potrebbe essere più utile una maggiore educazione di giovani ragazze e ragazzi per quanto riguarda il sesso e i sentimenti: invece di considerare questi argomenti dei tabù sarebbe meglio affrontarli e spiegare come applicare nella quotidianità quel sacrosanto dogma di Martin Luther King che recita «La mia libertà finisce dove comincia la vostra». È un sogno utopico quello di un mondo in cui alle ragazze non viene detto “quel vestito è troppo corto” oppure “non uscire da sola”, bensì a tutti viene raccomandato “rispetta gli altri”? Forse sì.

What Were You Wearing?
What Were You Wearing?

Spesso le vittime di stupro vengono ancor di più colpevolizzate se violentate mentre erano intente a divertirsi, magari bevendo o flirtando, tutti comportamenti inadatti ad una donna. Leggete i commenti sotto gli articoli relativi ai fatti di Firenze: dov’è la civiltà? Dov’è il rispetto? Dov’è l’umanità, intesa come capacità di comprendere il prossimo? Paiono assenti in cui network sociali nati per collegare le persone e che troppo spesso si rivelano solo un luogo dove svuotare il proprio serbatoio di odio, rancore, insoddisfazione e frustrazione.
Ma tante, troppe domande ancora si trascinano gli stupri, domande che raramente hanno per oggetto la sofferenza ed i sentimenti della vittima.

La violenza c’è sempre stata […] Non la subiamo noi uomini? Non la subiamo noi anche da parte delle nostre mogli? E come non le subiamo? Io oggi per andare fuori ho dovuto portare due testi con me! L’avvocato Mazzucca e l’avvocato Sarandrea, testimoni che andavo a pranzo con loro, sennò non uscivo di casa. Non è una violenza questa? Eppure mia moglie mica mi mena. È vero che siete testimoni? Siete testi? E allora, Signor Presidente, che cosa abbiamo voluto? Che cosa avete voluto? La parità dei diritti. Avete cominciato a scimmiottare l’uomo. Voi portavate la veste, perché avete voluto mettere i pantaloni? Avete cominciato con il dire «Abbiamo parità di diritto, perché io alle 9 di sera debbo stare a casa, mentre mio marito il mio fidanzato mio cugino mio fratello mio nonno mio bisnonno vanno in giro?» Vi siete messe voi in questa situazione. E allora ognuno purtroppo raccoglie i frutti che ha seminato. Se questa ragazza si fosse stata a casa, se l’avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente. 

Avvocato Angelo Palmieri in Processo per stupro (1979)

Dal 1979 è cambiato qualcosa nella mentalità delle persone o la strada da fare è ancora tanta? Quando più nessuno chiederà alle vittime “com’eri vestita?” bensì “come stai?” un grande traguardo sarà stato raggiunto.

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

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