#COGITOERGOSUM – Lavorare oltre il lavoro: il lato oscuro della felicità

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#COGITOERGOSUM – Lavorare oltre il lavoro: il lato oscuro della felicità

«Una società fondata sul lavoro non sogna che il riposo», diceva Longanesi: ma è davvero così?

Il nostro è senza dubbio il mondo delle comodità, di cui le consegne a domicilio in tempi brevissimi per ormai qualsiasi articolo, dalle cibarie ai libri, dalla spesa ai mobili, rappresentano l’apoteosi.

Tecnologia e sviluppo al servizio della comodità e della felicità: fin qui un idillio, se non fosse che tutto ciò ha un prezzo molto caro che costa esattamente come lo sfruttamento di un esercito di “omini“, spesso stranieri, sottopagati e quasi per nulla tutelati a livello rappresentativo-sindacale. Oggetti e beni ordinati tramite sontuose app non bussano di certo al nostro portone dopo aver magicamente messo le ali, infatti. La loro circolazione è garantita dall’operato logorante di lavoratori-ombra che ogni giorno, quasi senza sosta, sgambettano e guidano freneticamente in su e in giù per i centri urbani e le autostrade. Fattorini è riduttivo: non restituisce l’onere vissuto da questi viaggiatori che, al soldo di cooperative o srl, agiscono per conto dei grandi colossi presso i quali ordiniamo comodamente le merci.

Quegli uomini che spesso aspettiamo con tanta accortezza perché portatori dei nostri desideri non arrivano a fine mese: paghe al limite del ridicolo li spingono a rischiare la vita, ossessionati dalla rapidità, senza garantir loro il minimo sindacabile per trascorrere una vita decorosa. Di questo caporalato 2.0 si parla da ormai non poco tempo, dunque nulla di nuovo; piuttosto è importante porre l’accento su un aspetto diverso del fenomeno: noi, quelli che riceviamo consegne e sappiamo esattamente cosa precede l’atto della ricezione di pacchi e merci, rimaniamo del tutto indifferenti al tema e, una volta che il bene passa dalle mani dell’omino alle nostre, quello sparisce per sempre, tornando nell’oblio da cui è venuto a 120 sul suo furgone.

Conosciamo questa verità disumana ma ne diamo la colpa ai grandi colossi della produzione liberandoci di ogni responsabilità: noi facciamo solo gli acquirenti del resto! Certo non sarà riflettere sulla condizione dei fattorini 2.0 a rivoluzionare in senso umanitario il capitalismo post-indistriale, tuttavia prendere vera coscienza ragionata di un problema è già un ottimo solco tracciato con decisione verso la soluzione. Il punto focale della questione è la nostra tendenza a non essere responsabili nelle singole piccole azioni, e non solo nelle grandi epocali mosse socio-politiche: la nostra società è un vero inno al disinteresse e alla negazione delle responsabilità, un delirante tentativo di autociecarsi di fronte a tutte le cose brutte o che non ci piacciono. E allora l’omino che non arriva a fine mese lavorando 12 ore al giorno quando va bene diventa il rappresentante della fortunata condizione “almeno lui un lavoro lo ha”.

È l’idea di lavoro la velenosa radice di questa abitudine sociale al disinteresse dei diritti occupazionali: il lavoro ha smesso quasi del tutto di rappresentare una fonte di autorealizzazione, e ha al contempo perduto ogni funzione espressiva, riducendosi a mero mezzo di  sostentamento, inducendo la massa alla logica del desiderio occupazionale qualunque esso sia.

lavoroPer promuovere qualsiasi riforma sociale del lavoro che desideri migliorare le condizioni occupazionali è necessario partire dall’educazione al lavoro: mostrare ai giovani che lavorare e mediare per ottenere degne condizioni di svolgimento della propria mansione, è un valore infinitamente potente e in grado di avvalorare l’esistenza degli individui. Lavorare è davvero bello, come bello è anche pagare le tasse (qualche politico ci ha rimesso la carriera per aver espresso un’idea analoga), a patto che queste funzioni sociali vengano svolte nella responsabilità, nella consapevolezza e nel desiderio di portarle a miglioramento.

E se Baudelaire diceva che «bisogna lavorare, se non per gusto, almeno per disperazione. Infatti, tutto ben considerato, lavorare è meno noioso che divertirsi», tutto al contrario la nostra epoca deve riscoprire i valori attivi e aprenti dell’attività lavorativa, pena il venirne inglobata e soffocata. Gli uomini delle consegne? Una prima avvisaglia di strangolamento.

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

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