“Un matto (Dietro ogni scemo c’è un villaggio)” di De André: la storia di Frank Drummer

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Può succedere di essere talmente sopraffatti dalle emozioni da non riuscire a trovare le parole per descrivere ciò che si prova, ma per Frank Drummer questa è la normalità. Edgar Lee Masters, nell’Antologia di Spoon River, gli dà la voce per raccontare ciò che prima, mentre era ancora vivo, non era riuscito a dire perché: «la mia lingua non poteva esprimere ciò che mi si agitava dentro».

Frank DrummerA causa di questa sua stranezza, il villaggio inizia a considerarlo scemo e anormale rispetto a tutti gli altri, ma Frank non vuole arrendersi e, spinto da un desiderio di rivalsa personale, decide di cercare le parole che gli mancano nell’Enciclopedia Britannica, imparandola a memoria, e tutti iniziano a ritenerlo matto.

Ma se uno scemo può essere ancora accettato all’interno di una società, un matto deve essere allontanato e rinchiuso in un manicomio ed è questa la triste sorte di Frank Drummer, che da un luogo oscuro racconta di essere morto a venticinque anni, passando dall’essere rinchiuso in una cella ad una tomba.

Fabrizio De André prese parte dagli otto versi della poesia di Masters per comporre la seconda canzone dell’album Non al denaro non all’amore né al cielo, quattro strofe da sei versi in rima baciata. A differenza del primo brano, che conservava lo stesso titolo del testo da cui era tratto, La collina, questa canzone viene intitolata Un matto: è eliminato quindi il titolo Frank Drummer, che è anche il nome del protagonista della poesia di Masters. Questa condanna all’anonimato è dovuta al fatto che a De André non interessa soltanto citare il caso dell’uomo singolo, ma vuole elevarlo a modello di tutti coloro che non sono pazzi, ma che lo diventano a causa della gente che li considera tali e della cattiveria gratuita che li getta addosso. Al titolo segue infatti un sottotitolo, Dietro ogni scemo c’è un villaggio, che vuole sottolineare appunto come spesso si finisca per essere qualcosa che non si è a forza di essere considerati tali e di sentirselo ripetere da tutti.

De André, nell’intervista fattagli da Fernanda Pivano, riassume con queste parole il senso del testo:

Un matto parlava di uno scemo del villaggio, uno di quei personaggi sui quali la gente scarica, con ignobile ironia, le proprie frustrazioni. E per invidia degli altri si studiò a memoria la Treccani; fu chiuso in manicomio, forse perché era impazzito o forse perché ormai ne sapeva troppo, e agli altri tornò comodo chiamarlo pazzo.

La parola chiave all’interno di questa breve descrizione è invidia, poiché è proprio a causa dell’invidia della condizione altrui, ritenuta normale, che il protagonista prova a riscattare se stesso, finendo con l’essere condannato alla reclusione.

Un matto è il primo testo dei quattro dedicati agli invidiosi – gli altri sono Un giudice, Un blasfemo, Un malato di cuore – e al modo in cui sono riusciti, chi in positivo, chi in negativo, a risolvere il proprio tormento. De André infatti sceglie di concentrare l’album Non al denaro non all’amore né al cielo su due filoni tematici: il primo dedicato all’invidia e il secondo alla scienza. Da questa bipartizione resta escluso solo il primo brano, La collina, che fa da proemio e da introduzione all’intera opera.

La trasposizione poetica che il cantautore fa della poesia di Masters lo porta a rendere il testo non solo più attuale – basti notare la geniale analogia tra l’Enciclopedia Britannica e la Treccani –, ma anche universale, in quanto nelle parole del matto ci si possono riconoscere tutti gli emarginati, quelli additati dalla folla, quelli che al loro passaggio scatenano bisbigli e occhiate, o semplicemente tutti coloro che avrebbero molto da dire, ma che non riescono a trovare le parole giuste. De André canta per questi esseri umani e restituisce loro la voce che non sono mai riusciti a trovare.

Non si sa di che cosa sia morto Frank Drummer: Masters non lo dice e De André sottolinea soltanto che: «E senza sapere a chi dovessi la vita / in un manicomio io l’ho restituita». Ma il cantautore regala al matto un riscatto personale assente nel testo originale poiché nella canzone, secondo la legge della conservazione della massa, “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, il suo corpo diventa nutrimento e dona ancora la vita al prato fiorito della collina dove è sepolto.

Ma nel villaggio c’è chi ancora parla di lui e lo rimpiange perché ha perso il suo capro espiatorio sul quale far ricadere tutte le proprie frustrazioni e c’è chi, nel tentativo di alleggerirsi la coscienza, «ancora bisbiglia con la stessa ironia: / “Una morte pietosa lo strappò alla pazzia”», come se la vita, che Frank Drummer rimpiange tristemente, fosse una punizione o, peggio ancora, non fosse degna di essere vissuta.

Jennifer Carretta per MIfacciodiCultura

1 Commento
  1. Michele Nigro dice

    E forse proprio grazie al “villaggio” e alla sua cieca cattiveria che molti trovano la forza per coltivare la propria personalità: alcuni ce la fanno ed emergono, altri impazziscono e vanno a fondo… De Andrè e Masters, due grandi uniti in una canzone! Grazie Jennifer per questo post…

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