Che cos’è il teatro? Breve storia di un concetto artistico dinamico e indefinibile

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Che cos’è il teatro? Breve storia di un concetto artistico dinamico e indefinibile

Una delle più antiche forme d’arte che ha attraversato con protervia e decisione secoli e millenni sapendo trovare sempre l’elasticità e la tempra per adattarsi al reale, comprenderlo e infine persino a precorrerlo è il teatro. Ma cos’è di preciso questa parola sulle bocche di tutti? Cosa vuol dire “teatro”?

L’antico teatro greco di Siracusa

Ebbene questo termine di origine latina (theatrum) deriva da un termine greco (si può infatti scoprirne la nascita nei lontani albori della società ellenica): θεατρον che deriva a sua volta dal verbo θεαομαι che significa “essere spettatore“, “contemplare” e infine “riconoscere”. Questi significati, dai quali “teatro” trae le proprie origini, sono indicativi per capire cosa esso fosse presso i greci. Vediamo subito stagliarsi da questo orizzonte pulviscolare che sa di parto la figura dello spettatore più che dell’attore. Sul primo infatti si basa questa forma di arte millenaria, esso è la chiave di volta e i suoi occhi (quelli di un intero popolo) sono quelli da cui dobbiamo osservare per capire. E questo popolo contemplava e non solo guardava ciò che veniva rappresentato, come se si stesse svolgendo un profondo mistero che dava voce a se stesso; ciò che si svolgeva era un rito al quale si partecipava con trasporto emotivo. E infine riconoscere: gli sguardi dell’osservatore si specchiavano in questo teatro che parlava di lui, delle sue profondità irrisolte. Importante notare come in Grecia non era l’elite a recarsi a teatro, i ricchi, bensì ogni strato della popolazione era rappresentato dallo spettatore che dunque significava il popolo stesso nella sua indiscriminatezza. Già questo fattore ci deve portare alla vista l’importanza che il teatro ricopriva presso i greci. Da esso dipendeva la loro stessa connotazione di “cittadini“.

Nella Fenomenologia dello spiritoHegel diceva che come

il bocciolo dilegua nel dischiudersi del fiore, e si potrebbe dire che quello viene confutato da questo; allo stesso modo, la comparsa del frutto mette in chiaro che il fiore è un falso modo di esistere della pianta, e il frutto ne prende il posto come verità di essa. […] La loro natura fluida ne fa però, nel contempo, momenti dell’unità organica in cui non soltanto esse non sono in contrasto, ma l’una non è meno necessaria dell’altra

 così allo stesso modo alla parola “teatro” si aggiungono col tempo altre connotazioni ed esso viene applicato a nuove forme. Sarebbe troppo lungo soffermarsi su tutto il divenire di questa arte, quindi ci soffermeremo su una delle più recenti definizione dalla quale emerge sia la somiglianza che la differenza con l’accezione greca del termine.

Jerzy Grotowski (Rzeszów, 11 agosto 1933 – Pontedera, 14 gennaio 1999)

Nel 1970 Jerzy Grotowski, avanguardista del teatro novecentesco, dalle pagine del suo Per un teatro povero, affermava che «possiamo perciò definire il teatro come “ciò che avviene tra l’attore e lo spettatore”».

Il teatro qui viene colto come forma viva in cui gli spettatori rimangono ma a loro vengono aggiunti gli attori in una separazione che ancora è precisa. Sono insomma uomini davanti ad altri uomini ma con una differenza tra di loro: i primi guardano e i secondi agiscono. Se da una parte la prima caratteristica della concezione dei greci di teatro rimane (lo spettatore), dall’altra svaniscono le successive; lo spettatore non necessariamente partecipa a ciò che avviene in scena e non per forza si riflette e riconosce in esso. Ma questa seconda concezione viene poi superata dallo stesso interminabile lavoro di sperimentazione di colui che l’ha proposta (e non soltanto da lui). Grotowski farà successivamente teatro portando quelli che prima erano spettatori a essere attori agenti sulla scena ripresentando da un lato le caratteristiche della partecipazione e del riconoscimento ma abolendo la prima.

Il filosofo Theodor Adorno (Francoforte sul Meno, 1903 – Visp, 1969)

Ma è possibile quindi dare una definizione onnicomprensiva di ciò che teatro è? Sembra, a ragione, che la storia dei tentativi di dare definizioni che siano estensibili a ogni prodotto che a teatro viene attribuito risulti sempre inadempiente. Questo perché la storia è costellata di punti ciechi, di elettroni impazziti che sfuggono alla categorizzazione. Viene necessario allora chiederci: non sarà che questo tentativo di porre tutto quello che è stato considerato teatro sotto il suddetto termine sia una forzatura? Mi spiego meglio. Forse in passato e nel presente pensieri e costumi non si sono trasformati in un’espressione definita e precisa (quale quella a cui noi diamo il nome di teatro) ma, essendo immediati, hanno cercato solo di esprimere un fondo di credenze nella maniera che trovavano più rappresentativa non essendo sempre quella, ad esempio, del rapporto tra attore e spettatore. Solo successivamente quindi ad esse è stato attribuito l’imprimatur di “teatro”. È d’altra parte al di fuori di questa categorizzazione che troviamo l’origine di quelle forme, provenienti dai culti misterici e bacchici, e gli esiti ultimi, come le opere mature di Grotowski, che hanno scardinato la sua stessa sopra citata definizione. Da una qualsiasi maniera di definire il teatro sembra quindi impossibile rendere conto di tutto ciò che, da quando è “nato” ad oggi, è stato siglato con questa etichetta.

Forse il filosofo Adorno ha davvero ragione quando dice per l’arte quello che qui abbiamo visto valere anche per il teatro, cioè che quest’ultimo come «l’arte ha il proprio concetto in questa costellazione di momenti che muta storicamente; esso è refrattario alla definizione».

Stefano Brusco per MIfacciodiCultura

 

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