Music & Poetry – “Father and Son”, invecchiare o crescere, questo è il dilemma

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Father and Son

Tutti noi abbiamo delle storie particolari, storie speciali da raccontare. Sono storie da usare con cautela, solo in casi eccezionali, che estraiamo dal cilindro infinito della nostra esistenza quando proprio sentiamo di non farcela più. Storie per non crollare. Storie che raccontiamo solo a persone che hanno quella scintilla, quello luccicanza umana, che magari non servirà a prevedere il nostro futuro, ma potrebbe aiutarci a raggiungerlo. Oggi parliamo proprio di futuro e, per farlo, scomodiamo un padre e un figlio. Father and Son di Cat Stevens è una di quelle canzoni che fanno male, una di quelle storie speciali di cui parlavamo poche righe fa. Fa male perché è brutale e onesta allo stesso tempo, cosa da non sottovalutare direbbe il Phil di Danny DeVito in The Big Kahuna. Perché molte storie sono brutali, ma non oneste. Father and Son non è una di queste, Father and Son è una canzone onesta. E oltre ad essere onesta, è una canzone che ha una pretesa imbarazzante: vuole riuscire a farci sentire meno soli senza raccontarci alcuna bugia.

Father:
It’s not time to make a change,
just relax, take it easy.
You’re still young, that’s your fault,
there’s so much you have to know:
find a girl, settle down,
if you want you can marry.
Look at me, I am old, but I’m happy.
I was once like you are now
and I know that it’s not easy
to be calm when you’ve found something going on,
but take your time, think a lot
why, think of everything you’ve got
for you will still be here tomorrow,
but your dreams may not

È il padre che parla e lo fa in maniera disincantata, con parole prive di sogni. Riduce tutta la crisi della gioventù allo stare calmi, al rimanere sempre uguali a se stessi. Riesce perfino a prendere l’amore e trasformarlo in una banalità del caso, come se l’amore non fosse il calderone in cui mischiare gli ingredienti, ma solo il vecchio cucchiaio di legno per assaggiare un po’ di quella vita che ci sta passando fra le dita. Quelle del padre non sono però parole dette a caso, per fare del male, sono l’essenza stessa della paura, quella paura propria di chi la vita l’ha già vissuta per ben più di metà e sa che arrivare in fondo non è cosa da poco. Perché lo sappiamo, basta un niente: una macchina che va troppo veloce o un cuore troppo fragile per aspettare la fine, e tu non ce la fai, cadi prima del traguardo e lasci tutto il tuo futuro in attesa.

E in mezzo a tutto questo c’è l’amore, ancora l’amore, sempre l’amore. E nella paura di queste parole, di amore ce n’è tanto, forse troppo. Troppo perché diventa egoismo, diventa una richiesta disperata, diventa quel giochetto subdolo che è la vita: la speranza di avere la compagnia di qualcuno che invece se ne vuole andare.

Son:
All the times that I cried,
keeping all the things I knew inside,
it’s hard, but it’s harder to ignore it.
If they were right, I’d agree,
but it’s them you know not me,
now there’s a way and I know
that I have to go away,
I know I have to go

Al di là delle parole, l’esempio

Oltre a reclamare il proprio diritto ad essere ascoltato e non solo ad ascoltare (cose che, nel bene e nel male, rivoluziona la vita di ogni giovane ragazzo), il figlio parla di questo disperato bisogno di andarsene. Deve andare, magari come i personaggi di Kerouac, senza sapere dove, ma deve andare. E anche qua, banalmente, appare l’amore. Amore nell’addio, nell’andare incontro ad una sconfitta che sembra quasi sicura, ma finché non diventa certa non ci fermerà. Perché la felicità non è stare fermi, dice Vecchioni, è muoversi. E noi ci muoviamo, continuando a cercare il nostro posto nel campo da gioco che è il mondo, passando da un rimpianto ad un addio, ma con il sollievo di poter toccare la tasca dei nostri pantaloni e sentire le nostre buone storie lì, pronte a darci un momento in più. Ancora un battito di ciglia e qualche ricordo di giorni di gloria che se ne sono andati in fretta, ma che, comunque, ci sono stati.

Amore nel restare e amore nell’addio, e, perché no, amore nel rincontrarsi e raccontare le proprie storie speciali, per vedere ancora una volta un paio di occhi che brillano al pensiero di istanti che sono stati, senza grosse pretese, veramente nostri.
Amore che non è quello di chi sacrifica tutto per vincere. Quelli sono le barzellette del mondo, l’antipasto schifoso prima di un ottimo primo piatto. Father and Son è l’amore di chi, per se stesso, per la propria dignità, è disposto a perdere.
«E quando un padre tu sarai/ in tuo figlio un padre scoprirai/ e tuo figlio, e tuo figlio è padre già da un po’», canta Phil Collins in Tarzan, per dirci che sì, sei già diventato più grande rispetto a quando hai iniziato a vivere e raccontare la tua storia.
Sperando di crescere davvero e non, come fanno molti, accontentandoci di invecchiare.


It’s not time to make a change
Just relax, take it easy
You’re still young, that’s your fault
There’s so much you have to know
Find a girl, settle down
If you want, you can marry
Look at me, I am old, but I’m happy.

I was once like you are now
And I know that it’s not easy
To be calm when you’ve found
Something going on
But take your time, think a lot
Well, think of everything you’ve got
For you will still be here tomorrow
But your dreams may not.

How can I try to explain?
When I do he turns away again
It’s always been the same
Same old story
From the moment I could talk
I was ordered to listen
Now there’s a way and I know
That I have to go away
I know I have to go.

It’s not time to make a change
Just sit down, take it slowly
You’re still young, that’s your fault
There’s so much you have to go through
Find a girl, settle down
if you want, you can marry
Look at me, I am old, but I’m happy.

All the times that I cried
Keeping all the things I knew inside
It’s hard, but it’s harder to ignore it
If they were right, I’d agree
But it’s them they know, not me
Now there’s a way and I know
That I have to go away
I know I have to go.

Nicolò Peroncini per MIfacciodiCultura

2 Commenti
  1. cesare dice

    Non ci ho capito molto nel suo poema signor Peroncini a dir la verità. Troppo “alato” per un povero “terzamedio” qual io sono.

    1. Nicolò Peroncini dice

      Se è una critica, non ne capisco io la natura

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