Il Vortice Filosofico – La via dell’amore per sconfiggere la paura della precarietà

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Il Vortice Filosofico – La via dell’amore per sconfiggere la paura della precarietà

L’amore è una cosa talmente complicata che solo i grandi poeti sono in grado di rendere. La poesia chiama l’amore al di là del proprio nome: l’avvolge, la sottrae dal suo silenzio e la restituisce alla nostra sensibilità. Un esempio sublime di questo potere del parlare in versi è la magnifica lirica dell’italiano Eugenio Montale, spirito raffinato e innamorato che con queste parole descrive la grandezza del proprio sentimento per l’amata moglie:

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue

Eugenio Montale (Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981)

Al di là della capacità extra-ordinaria del poeta, per noi comuni mortali il dramma e al contempo il fascino dell’amore risiede nell’incapacità di definirlo, nell’indicibilità di questo “sentimento“. Tutti diciamo e sappiamo che ci siamo innamorati almeno una volta nella vita, ma nessuno di noi descrive in modo uguale, o anche solo simile, a qualcun altro questa esperienza. Non solo sembra impossibile un’oggettività nel parlare d’amore, ma addirittura emerge un certo imbarazzo e disarmo nel costruire la risposta alla fatidica domanda “cosa vuol dire amare?“.

Centinaia di parafrasi, alcune più pragmatiche altre più ideali, ma nessuno spirito normale sa spiegarsi l’amore. Una riflessione è doverosa: amare è l’attività più democratica e trasversale dell’universo, eppure essa rimane in realtà sempre inconcettualizzata, irrisolta e sospesa. Sarebbe come dire che si, d’accordo, alla base della vita c’è la biologia, ma sapere qualcosa di questa disciplina non è dato. Una cera bega intellettuale, insomma. Forse non è un caso per la cultura classica Amore fosse un dio: questa impostazione permette di giustificare la sua presenza nella vita umana di diritto, senza una ragione dichiaratamente dimostrativa. Amare è in certo senso la recita del Credo da parte del laico, è l’ammissione umana più umile della propria necessità di sacralità, superiorità ed immensità.

L’intuizione degli antichi, al di là delle recenti spiegazioni chimiche che l’amare sta riscontrando da parte della scienza, merita di essere portata avanti e posta alla base di un esame del nostro rapporto col sentimento amoroso. Questa visione infatti rende possibile riabilitare l’amore in un tempo che tende a perseguirlo come una perdita di tempo o un equilibrio precario per il quale, in fondo, non vale la pena arrischiarsi più di tanto. La nostra società, anafettiva nel midollo, è il risultato di un tentativo violento e perpetrato di spiegazione razionale dell’amore: incastrare l’anarchia di questa espressione umana nella rete dei significati quotidiani ragionevoli è una sconfitta in partenza. Spiegare tutto è un non-senso, fino a divenire un anacronismo rispetto alla  nostra storia di esseri limitati: questo processo sociale ha infatti appiattito la vita di ciascuno di noi, abolendone un aspetto vitale, nonché il più aprente e dinamizzante.

Così paradossalmente oggi diviene fondamentale la riscoperta dell’unica cosa di cui sembrava impossibile dimenticarsi, la nostra stessa interiore sensibilità: dobbiamo rieducarsi all’amore e alla relazionalità che si abbandona al pulsare del cuore, ai profumi e ai brividi. Amare è una cosa seria al di là della vita di coppia: l’amore è un valore da riscoprire perché è un motore che pulsa la vita in ogni sua esplicitazione, indirizzando l’entusiasmo e la voglia di esistere degli esseri umani. L’amore concede e nega felicità, ma nel dettare il ritmo dell’altalena della nostra interiorità fa una cosa preziosa che nessun moderno razionalismo è in grado di porre in essere: tiene vivi, fa restare umani.

All’apatia che vediamo diffusa siamo arrivati mediante un lungo processo di dis-educazione e abbrutimento, pertanto la fecondità di un’epoca guidata dalla potenza dell’amore e dell’entusiasmo dipende soltanto dall’impegno delle società a cimentarsi con un percorso di ri-educazione sentimentale e valoriale. Ritenere che questi termini del dibattito siano idealistici e superflui è un grande errore: laddove i tecnicismi e gli economicismi hanno chiaramente fallito nel corso degli ultimi anni, la palla del gol deve necessariamente passare per piedi diversi. Gli scarpini  di questa rete rivoluzionaria devono essere quelli delle comunità che nell’entusiasmo di innamorarsi delle persone e della vita, delle azioni e delle occupazioni, possono trovare nuova spinta e rinnovato vigore per affrontare le contraddizioni e le brutture del presente.

Succede che la chiave di volta risieda nelle cose che ci sappiamo spiegare di meno, ma che ci appartengono per natura. L’amore è senza dubbio il più oscuro e potente mezzo di squadernamento del mondo. Amiamo, ancora.

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

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