Violenza sessuale nell’era del mondo liquido: non basta la punizione, serve la riabilitazione

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Violenza sessuale nell’era del mondo liquido: non basta la punizione, serve la riabilitazione

Dopo una giornata di lavoro si torna a casa e ci si prepara al rituale: si cucina, ci si siede e si accende la televisione per seguire il telegiornale: un’altra notizia di abuso o violenza sessuale tra le tante notizie che si susseguono. Infine si va a letto e il giorno dopo si riparte. Nessuna nota stonata? Non ci sarebbe nulla di strano se la risposta fosse negativa. La risposta? L’assuefazione.

violenza
Il sociologo Zygmunt Bauman

Nell’odierno mondo liquido (così come definito da uno dei più grandi pensatori del nostro tempo, Zygmunt Bauman) i legami relazionali ed interpersonali fondati sul rispetto della dignità altrui sono cosa rara: il sempre maggiore senso di insicurezza, precarietà, solitudine esistenziale, frustrazione ed isteria rendono sempre più complicato la creazione di una sana rete di rapporti tra le persone. Le conseguenze sono devastanti sotto diversi punti di vista, tra cui il vertiginoso aumento di violenze ed abusi (le statistiche ormai si sprecano). Le vittime sono ovviamente i più deboli: donne, bambini, indigenti. Atti di una viltà e ribrezzo tali da far aizzare le folle, desiderose di giustizia. Ma le cose non sono mai così semplici. Dopo un primo momento di giustificata rabbia, bisognerebbe riflettere attentamente su un problema che è maledettamente complesso.

Primo dato da rilevare: non esistono squadre. La storia e la cronaca hanno dimostrato come nessuno sia incolpevole: lo stupro e l’assassinio della tredicenne Giuseppina Ghersi per mano dei partigiani, le violenze dei fascisti sulle donne partigiane, il tentativo di sostituzione etnica nelle guerre dei Balcani, i numerosissimi episodi di denuncia degli abusi sessuali su minori perpetrati da uomini appartenenti al corpo clericale, i recenti episodi di violenza a Rimini, Roma (perpetrati da stranieri extracomunitari) o Firenze (qui gli accusati sono due appartenenti all’Arma dei Carabinieri). Secondo dato: la violenza è sempre violenza, che sia un caso di cronaca raccontato come isolato o che si inscriva in avvenimenti storici di massa. Terzo dato (il più impopolare): ci troviamo innanzi a situazioni nelle quali ci sono soltanto vittime, carnefici compresi. Si badi bene, non si sta assolutamente cercando di giustificare i reati, ma soltanto di riflettere anche, e soprattutto, sulle ragioni del fenomeno.

Troppo spesso infatti non è messo in risalto il fatto che in alcuni casi gli autori di questi delitti sono persone provenienti da ceti medio-alti, spesso ben istruite. Insomma persone dalle quali non si attende una condotta simile. Da ciò si rileva che il problema non è strettamente legato a una qualche forma di malattia mentale del violento, come spesso è naturale pensare in un primo momento. In questi casi la risposta è da ritrovare in una condizione psicologica altamente fragile e in un senso di insoddisfazione verso se stessi e le proprie relazioni sociali, tale da condurre alla consumazione, consapevole, di atti del genere. Ad esempio, tra le diverse teorie, alcuni psicologi hanno legato la violenza sessuale al desiderio di dominio e di forza dell’individuo che non riesce a soddisfare in altri contesti.

Queste considerazioni superficiali sono utili a rilevare la complessità della problematica, e purtroppo a problemi complessi non ci sono quasi mai soluzioni semplici. Il risalto mediatico delle notizie di violenza ha condotta a sollevazioni popolari che richiedevano risposte esemplari da parte delle istituzioni. Ma l’approccio superficiale a fenomeni del genere ha sempre trovato una risposta quasi unanime da parte dei nostri governanti: l’aumento delle pene previste dal nostro codice penale (art.609 bis e seguenti). I risultati sono stati assolutamente fallimentari. Il fenomeno non è scemato, anzi è andato ingigantendosi.

Giuseppina Ghersi, la tredicenne violentata ed uccisa dai partigiani

Sono diversi i casi in cui si è palesato il limite della funzione deterrente della pena, soprattutto dinanzi a casi che coinvolgono comportamenti causati da stati psicologici tali da non consentire una ponderazione rispetto alla pena in cui si incorre. Allora quale soluzione? Risposta complicatissima da dare, ma forse sarebbe un primo passo pensare da dove si può iniziare: dalle scuole e dalla trasmissione alle nuove generazioni del valore della dignità, sacra, della persona, nonché dal tentativo di attuare politiche che, nel lungo periodo, appianino le difficoltà socio economiche di un sistema nel quale l’individualismo e la bramosia del piacere personale hanno soppiantato qualsiasi idea di etica comunitaria e mutuo rispetto.

La più grande rivoluzione sociale è quella di pensare a come riabilitare il violento una volta scontata la pena, e non lasciarlo a marcire in galera per sempre, perché altrimenti, prima o poi, ci sarà qualcun altro a prendere il suo posto.

Pierfrancesco De Felice per MIfacciodiCultura

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