“Prisoner 709”, un trip nella prigione mentale di Caparezza

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Prisoner 709, un trip nella prigione mentale di Caparezza

Torna Caparezza e ovviamente torna in grande stile: lo fa con un concept album tanto profondo quanto potente: Prisoner 709. Il rapper di Molfetta ci apre le porte della sua prigione mentale in cui si è ritrovato un paio d’anni fa, quando per colpa di un acufene è stato costretto a fermarsi e a pensare; così a tre anni dall’uscita di quel capolavoro di Museica torna a stupire il pubblico con sedici inediti forti, riflessivi e soprattutto provocatori.

Ascoltando le tracce del disco si capisce subito che non si tratta del classico disco usa e getta vuoto di spirito e ricco di ego, un disco acchiappa soldi per intenderci. In Prisoner 709 c’è l’essenza di Caparezza, c’è il suo pensiero, ci sono le sue paure. C’è la sua anima messa a nudo, non a caso lo stesso rapper lo ha definito come «il disco della sua morte». Rime curate in ogni minimo dettaglio, testi studiati, atipici, non complessi, come dicono molti, ma semplicemente unici, perché Caparezza le cose normali proprio non le sa fare, la banalità è un limbo in cui non si è mai addentrato.

Carl Gustav Jung (Kesswil, 26 luglio 1875 – Küsnacht, 6 giugno 1961)

In un periodo in cui la musica commerciale spopola in ogni emittente radiofonica e in ogni canale social, il disco di Caparezza è una boccata d’ossigeno. Il rap storicamente è nato come musica di protesta, musica di strada, per dar voce ad una classe e ad una generazione che sentiva una forte necessità di esprimere il proprio disagio. Questo disagio si è trasformato in uno pseudo-disagio: i rapper oggi sono gli idoli di ragazzini, scrivono testi elementari in cui si osannano droghe, sesso, divertimento e leggerezza, sono social ma vivono in una bolla, esclusi dalla realtà, e paradossalmente per molti individui sono loro gli unici a raccontare il tempo in cui viviamo.

In risposta a questa piattezza intellettuale, culturale e musicale arriva come al solito puntuale più che mai Caparezza. Basta «bomber», «comunisti col rolex», «Pamplona», e «bella zio», basta basi musicali e patetici ritornelli, Caparezza ci porta all’interno del disagio mentale, ci parla dei mostri della nostra società, ispirandosi a maestri del pensiero come Jung, Freud e Zimbardo, con un sound mozzafiato che crea dipendenza. Il prigioniero 709 è più Michele che Caparezza, dove “sette” sta per le lettere che compongono il primo e “nove” per il secondo. Un titolo originale che spiega il conflitto interno che c’è nella persona del rapper stesso, non a caso nel singolo Prisoner 709 afferma di «essere il disco non chi lo canta».

Chiari riferimenti alla psicoanalisi già nel titolo del disco, che vengono magistralmente ripresi nella traccia Forever Jung e in tutta quella che è la fotografia dell’album, in cui nulla è lasciato al caso.

Caparezza durante la registrazione del disco

«Il rap è la prima forma di psicoanalisi, in cui l’artista si esprime in maniera libera, come un in un flusso di coscienza» afferma lo stesso Caparezza. Di conseguenza se il rap è la nuova forma di psicoanalisi, quest’ultima è la forma più antica di rap, e questa teoria spiega la frase contenuta nel brano «I veri padri del rap sono Freud e Jung/Prima di Dj Kool Herc e delle folle boom». La psicoanalisi è presente in tutti i testi, proprio perché il rap è un flusso di pensieri, flusso che crea una valvola di sfogo. Il rapporto con la dimensione inconscia di Freud e Jung è molto presente nel disco, testimonianza delle esperienze vissute da Michele. Un disco che va ascoltato con calma, dove non bisogna arrestarsi al primo strato bensì addentrarsi per scoprire quelli sottostanti e profondi; dai capitoli che scandiscono ogni singola traccia, passando per infiniti giochi di parle, fino all’evasione dal carcere che trova il punto massimo in Una Chiave.

Ho ingrandito la cella, è un po’ più comoda. Ho iniziato un percorso, la vedo così. Una crisi è anche positiva perché ti mette davanti a delle possibilità nuove, facendoti crescere. Ho recuperato anche una certa voglia di continuare a fare musica, che è fondamentale

Continua Michele, a dimostrazione che è sempre possibile evadere dal proprio carcere, che può essere la nostra mente o il nostro inconscio. Perché in fondo «no, non è vero che non siamo capaci, che non c’è una chiave».

Giammarco Rossi per MIfacciodiCultura

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