Se la Terra dice “basta”: dalle fogne di Londra ai disastri climatici

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Se la Terra dice “basta”: dalle fogne di Londra ai disastri climatici

La terra è un bel posto e per essa vale la pena di lottare.

Ernest Hemingway

Ernest Hemingway (Oak Park, 21 luglio 1899 – Ketchum, 2 luglio 1961)

Correre ai ripari. Una volta sarebbe stato sufficiente. Ora non più. Serve ben altro. Per cosa? Per salvare il pianeta Terra. Queste parole potrebbero sembrare l’incipit di qualche mega produzione hollywoodiana volta a sbancare i botteghini con un classico film sui disastri provocati dal cambiamento climatico. Come potrebbe sembrare un’invenzione cinematografica anche quello che è stato scoperto nelle fogne londinesi.

Si tratta di un enorme palla di grasso e rifiuti. Un mostro dalle dimensioni impressionanti. Le prime stime parlano di un peso di 130 tonnellate, una lunghezza di 250 metri e un’altezza di 3,5 metri. Ad essere precisi una scoperta simile era stata già fatta quattro anni or sono sempre a Londra ma le dimensioni della stessa erano di gran lunga inferiori a quella effettuata questi giorni. Come è possibile tutto ciò? Gli esperti (che chiamano questi ammassi di grasso, unto sciolto, salviette e pannolini con il nome di “fatberg” cioè iceberg di grasso) ne spiegano la formazione ponendo l’accento sull’abitudine dei londinesi di gettare gli avanzi di cibo nel lavandino o nel wc dove finiscono anche i pannolini. Ogni anno vengono spesi circa 1,1 milioni di euro per ripulire le fogne della capitale britannica da questi ammassi di grasso che potrebbero provocare danni come ostruzioni ed esondazioni. Da sottolineare come questo blocco di rifiuti potrebbe finire addirittura in un museo. Infatti, nei giorni scorsi, il Guardian ha pubblicato una notizia secondo cui il Museo di Londra vorrebbe acquistare l’enorme ammasso per esporlo al pubblico come «monito dei danni che portiamo all’ambiente».

Parole che sembrano vuote di significato al netto di tutto quello che sta succedendo nel mondo. Appelli alla salvaguardia ambientale ne sono stati fatti da tutte le parti a partire da quel lontano 1992, anno in cui, per la prima volta, il mondo ha iniziato a trattare il riscaldamento globale come una cosa di cui preoccuparsi seriamente e, seduti attorno ad un tavolo, i vari stati hanno dato vita alla prima Cop (Conferenza delle parti) in cui venivano trattati i cambiamenti climatici.

Appelli, moniti, a cui hanno fatto seguito proposte per l’impegno concreto di gran parte dei paesi a fare qualcosa di fattivo. È solo nel 1997 che, per la prima volta, viene imposto un obbligo di riduzione delle emissioni di COnell’atmosfera ai paesi più ricchi e responsabili (Protocollo di Kyoto), accordo entrato in vigore solo nel 2005. Il punto fondamentale è che non sempre tutti i paesi pongono la propria ratifica agli accordi presi tutelando quelli che vengono definiti “interessi di parte”. Il punto fondamentale è che, oggi più che in passato, siamo di fronte alle conseguenze di queste decisioni.


Inondazioni, uragani, desertificazione di vaste aree del pianeta a causa di prolungate siccità stanno modificando la stessa conformazione geografica del pianeta Terra provocando fenomeni come le migrazioni climatiche di intere popolazioni costrette a lasciare il proprio ambiente.
Pensiamo solo agli ultimi cinque uragani che si sono formati in un mese e hanno devastato i Caraibi e alcuni stati americani come Texas, Louisiana e Florida provocando vittime e un ingente di numero di sfollati. Pensiamo a quanto successo nel nostro paese questa estate e in questo mese di settembre. Temperature e caldo record hanno messo a dura prova intere zone dell’Italia provocando danni enormi al settore agricolo, per non parlare delle prime piogge violente che hanno provocato vere e proprie alluvioni come a Livorno dove, purtroppo, hanno anche perso la vita 9 persone.

Immagini di protesta contro le politiche ambientali di Trump

Non c’è più tempo per gli appelli. Non c’è più tempo per sedersi ad un tavolo e discutere. Sembra che il pianeta ci stai lanciando questo messaggio. Il tempo per i moniti, le prese di posizione, gli interessi di parte sembra sia davvero scaduto. Eppure c’è chi ancora oppone una strenua resistenza a ciò che è sotto gli occhi di tutti. Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America, lo scorso giugno ha annunciato l’uscita del proprio paese dagli accordi sul clima sottoscritti a Parigi nel 2015 dalla precedente amministrazione Obama. Più che un’uscita vera e propria (procedura che richiede quasi quattro anni) si tratta dell’evidente tentativo del Presidente di far sedere di nuovo tutti al tavolo per negoziare condizioni più favorevoli per il proprio paese.

Cosa possiamo fare noi nel nostro piccolo? Sicuramente, oggi più che mai, promuovere una cultura che abbia a cuore la salvaguardia dell’ambiente. A partire dalle scuole e dalla promozione del riciclo, del riutilizzo di materiali e della raccolta differenziata. Trasformare ciò che già consideriamo rifiuto in qualcosa di nuovo promuovendo la creatività.

Daniela Dragoni per MIfacciodiCultura

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