#GOGITOERGOSUM – Giovani e apatia: gli esiti del vuoto e dell’incertezza

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#GOGITOERGOSUM – Giovani e apatia: gli esiti del vuoto e dell’incertezza

I giovani sono la componente che oggi viene maggiormente criticata della nostra società: essi sono in ritardo su tutto, sul lavoro in primis, ma poi anche sull’emancipazione dalla famiglia, sulla maturità interpersonale e sulla gestione delle relazioni sentimentali. “Bamboccioni” e “spaventati dalle responsabilità”, inconsci del loro potenziale (in realtà obbligato) essere il futuro dell’umanità, se ne stanno inermi ad aspettare che le opportunità, su ogni versante, piovano dal cielo.

Ma le analisi, si sa, non sempre sono veritiere, e spesso, parlando di questioni sociali, rimangono in superficie, senza affondare il colpo alle radici di quanto rilevano e prontamente condannano. Le nuove generazioni sono indifendibili, tutti d’accordo, eppure qualcosa ci sfugge, perché la natura umana non può stravolgersi dall’oggi al domani e nemmeno nel giro di qualche decennio, o almeno non da sé, cioè non senza maturare su un humus che la stimola a quel determinato mutamento. E proprio qua sta il nodo gordiano della questione: i giovani sono quella cosa complessa e debole che sono perché crescono nella penuria affettiva e istituzionale.

Sono il vuoto e l’incertezza le dominante delle nuove esistenze in fieri. Assenza e instabilità che provengono dalle due fonti di formazione per eccellenza di un individuo sociale, la famiglia e le istituzioni.

Ernst Jünger (1985-1998)

Non è un retaggio o una formula preconfezionata: è piuttosto un’innegabile verità che vuole che un animale sociale cresca all’ombra delle cellule sociali primarie, di nuovo contesto affettivo famigliare e società culturale civile. Così il paradosso è servito, e nell’epoca del tempo pieno e della connettività costante domina l’assenza, la fantasmagorica realtà del nichilismo giovanile. Ma non si disperi, il baratro non è ancora spalancato: contro l’abitudine frettolosa di certa riflessione dobbiamo pensare che finché c’è nichilismo nell’aria c’è anche speranza di salvezza perché, come teorizzava il filosofo tedesco Ernst Jünger, immersa nel nichilismo la «mente (umana) si avvicina alla zona in cui dileguano sia l’intuizione sia la conoscenza, le due grandi risorse di cui essa dispone»; ma questo implica che «del niente non ci si può formare né un’immagine né un concetto, perciò il nichilismo, per quanto possa inoltrarsi nelle zone circostanti, antistanti il niente, non entrerà mai in contatto con la potenza fondamentale stessa».

La via è tracciata: la crisi dei valori ha solo una possibilità di essere risolta, ovvero la messa in cammino verso l’analisi cogitante delle strutture che inquietano l’esistenza umana; una riflessione genuina, profonda, che non si accontenta di chiuse semplicistiche e sta nel circolo del divenire, del dialogo, in definitiva della vita stessa. L’errore sociale è evidente: il progresso, solo in senso logico, s’intenda, ha costruito campane di vetro indebolendo le volontà giovanili, castrando i pensieri in compitini e spostando le attenzioni dai grandi traguardi ai piccoli arrivi. Il fenomeno non è irreversibile e così, forse, la migliore possibilità che abbiamo di dare nuove certezze ai nostri giovani è indurli alla domanda. Una domanda aprente, carica di energia vitale.

Domandar(si) è il più bell’inno alla vita.

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

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