Si fa presto a dire bianco: “Achrome” di Piero Manzoni

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Si fa presto a dire bianco: Achrome di Piero Manzoni

Piero Manzoni, Achrome, 1961

A dicembre a Copenaghen sarà battuto all’asta uno stimatissimo Achrome dell’artista milanese Piero Manzoni. Quest’opera era stata realizzata nel 1961 nella fabbrica di camicie di Aage Damgaard, nella città di Herning, durante il suo soggiorno in Danimarca. Fino ad ora l’opera non era mai stata esposta né venduta, ma tra qualche mese andrà all’asta alla Bruun Rasmussen Auctioneers of Fine Art di Copenhagen con una stima compresa tra i 200 e i 270mila euro.

Piero Manzoni (Soncino, 13 luglio 1933 – Milano, 6 febbraio 1963) è uno dei protagonisti più discussi della metà del Novecento e, nonostante la sua breve vita conclusasi all’età di 29 anni, ha influito notevolmente sull’arte del tempo. Non parleremo qui della famosissima Merda d’artista: sappiamo ormai tutti delle 90 scatole di escrementi, numerate, firmate e immesse sul mercato dell’arte come un prodotto commerciale e proposte in vendita a parità dell’oro. Parleremo invece degli Achrome, una serie di opere prodotte tra il 1957 e il 1963 e chiamate dallo stesso Manzoni “quadri pelosi”, caratterizzate da fibre naturali e sintetiche prive di colore, fissate ad un supporto ligneo.

Haruki Murakami scriveva nel suo libro La fine del mondo e il paese delle meraviglie:

Si fa presto a dire bianco, c’è quello raffinato e quello dozzinale, ogni sfumatura ha un suo carattere proprio.

Piero Manzoni

Alla fine degli anni Cinquanta, Lucio Fontana, Piero Manzoni ed Enrico Castellani sperimentarono questo “non-colore” operando una vera e propria rivoluzione nella storia dell’arte italiana: la rivoluzione del bianco. L’assenza di colore, il bianco assoluto, ci porta nel nulla, lì dove l’invisibile si fa luogo, lì dove lo sguardo si perde nel niente; eppure questi spazi immacolati, monocromi, ci invitano alla conquista dell’origine delle cose, ci immergono in una “tabula rasa” tutta da colmare.

Quel che pensava Manzoni era ben chiaro nelle sue parole apparse nel gennaio 1960 sulla rivista Azimuth, fondata insieme all’amico Castellani:

La questione per me è dare una superficie integralmente bianca (anzi integralmente incolore, neutra) al di fuori di ogni fenomeno pittorico, di ogni intervento estraneo al valore di superficie: un bianco che non è un paesaggio polare, una materia evocatrice o una bella materia, una sensazione o un simbolo o altro ancora: una superficie bianca che è una superficie bianca e basta: essere (e essere totale è puro divenire).

Le origini di questa nuova visione dello spazio pittorico sono sicuramente da attribuire al pittore ucraino Kazimir Malevič che nel 1915 dipinse il Quadrato nero suprematista. Da quel momento, tra critiche e ricerche artistiche, l’arte subì un cambiamento netto: quel “Quadrato”, appeso nell’angolo destro della sala accanto all’ingresso dello spazio espositivo, prendeva il posto delle icone nelle case, secondo la tradizione russa.

Kazimir Malevich, White on White, 1918

E forse, come un’immagine-simbolo per gli artisti che lo hanno succeduto, l’opera di Malevich ha segnato il panorama pittorico di tutto il Novecento. Nel 1918 Malevich dipingeva White on White, costituito da due quadrati di diverse sfumature di bianco sovrapposti asimmetricamente, che gioca sulla diversa texture e sulle tenui variazioni di bianco.

A coloro che credono che una tela bianca potrebbe realizzarla chiunque, consigliamo di osservare con maggiore attenzione questi White Paintings, «di rallentare, di guardare più volte da vicino, di ispezionare le mute superfici dipinte in cerca di sottili cambiamenti di colore, luce e texture».

Le non-opere di Manzoni sono in verità qualcosa che provoca reazioni, che coinvolgono e trasmettono la vertigine del nulla; esse invitano a perdersi dentro a quel bianco che a ben guardare non è uniforme, ma possiede invece zone di diversa densità di non colore, mostrando incrostazioni e linee.

Insomma, la stima da capogiro dell’opera di Piero Manzoni non sorprende perché Achrome, che vi piaccia o no, è un’opera d’arte.

Marta Previti per MIfacciodiCultura

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