Internet, fucina del nuovo eremitaggio: sempre più connessi, sempre più soli

0 1.129

Internet, fucina del nuovo eremitaggio: sempre più connessi, sempre più soli

«Margherita, metti via quel telefono!». Ecco, questa è forse la frase che in questi ultimi anni – più o meno da quando, con il vecchio iPhone 4 di mio padre, ho scoperto che con i telefoni si poteva andare anche su internet – mia madre mi ha rivolto più spesso. O, se non più spesso, di sicuro con più fastidio, nel vedermi sempre impegnata a scambiare messaggi, parlare o controllare i vari social networks. E ogni singola volta che mi sono sentita rivolgere questa frase, l’irritazione è la prima, spontanea e bruciante reazione: cosa significa “mettere giù il telefono”? Con quello parlo, mi confronto, mi tengo informata; lo uso come distrazione per combattere la noia nei lunghi viaggi in treno e come “barriera” se non ho voglia di parlare con nessuno.

internetEppure, dopo l’irritazione, spesso arriva la consapevolezza che ho appena passato un’ora sul divano, persa e più o meno in stato catatonico, davanti ad uno schermo. E allora inizio a chiedermelo, se davvero non sono ossessionata dall’essere sempre connessa, sempre online, sempre disponibile. Mi fa sentire meno sola in questa “dipendenza” da internet – perché il telefono è solo un tramite, un mezzo, è internet in realtà il vero tesoro – Rina Sawayama, artista giapponese di nascita ma londinese di adozione, che nella sua ultima canzone, Cyber Stockholm Syndrome, racconta di essere andata ad una festa  da sola, un “party sul suo telefono” che però inevitabilmente la fa sentire sola. Ed internet, come in un circolo vizioso da manuale, ha un effetto placebo: lo usiamo per sentirci meno soli, ma non fa nient’altro che acuire il nostro isolamento.

A conferma che non è un problema solo mio, ci sono anche i dati emersi dal rapporto Benessere dei quindicenni pubblicato lo scorso aprile dall’Ocse: all’incirca un quarto degli adolescenti italiani dichiara di trascorrere oltre sei ore al giorno su internet, al di fuori della scuola, e il 47% di sentirsi male se non c’è una connessione internet disponibile. E se oramai è normale passare molto tempo su internet, vista la sua utilità, questa situazione di dipendenza diventa grave quando le relazioni online vanno a sostituire quelle reali.

A volte l’unica metafora che penso possa spiegare appieno la sensazione che provo dopo essere stata sui social a lungo, e non per una veloce controllata, è quella di essere chiusa in un stanza, da sola, mentre guardo il mondo fuori da una finestra. Perché si, è vero che i social sono una finestra sul mondo – ci permettono di avere le ultime notizie a portata di mano, di vedere cosa fanno i nostri amici, anche lontani, di sapere cosa sta succedendo dall’altra parte del mondo, sempre – ma rimane comunque un mondo guardato da fuori, da estraneo. Un like non significa aver vissuto una determinata esperienza, un video su Youtube non è come andare al cinema, e una foto di Instagram non sostituisce vedere un paesaggio mozzafiato dal vivo.

Eppure i social in sé non sono il male, anzi: il loro scopo originario è quello di mettere in contatto le persone, e in questo fanno uno splendido lavoro. Senza di loro non potrei mai tenermi in contatto con la mia migliore amica, che si è trasferita dall’altra parte del mondo, e sentirla vicina nonostante le migliaia di chilometri; o la mia famiglia, ora che a trasferirmi lontana sono stata io. Non saremmo mai andati in quel ristorante buonissimo di cui tutti parlano su Facebook e con ottime recensioni su Tripadvisor, perché non avremmo avuto idea della sua esistenza. Non potremmo sponsorizzare le nostre idee migliori raggiungendo con un click milioni di persone, perché contattare perfetti sconosciuti sarebbe impossibile. Internet ha spalancato le sue porte virtuali su un mondo pieno di possibilità, dove chiunque, liberando la propria creativa, può ricavare un piccolo spazio da chiamare suo.

Siamo noi, il problema. Noi che, invece che utilizzarli come semplice aiuto nel mantenere relazioni interpersonali, abbiamo deciso di utilizzarli come sostituti primari di queste, esiliandoci in una condizione di auto imposta solitudine. Come porre una fine a tutto questo? In un breve trafiletto su Internazionale, Claudio Rossi Marcelli racconta che ha ideato i “pomeriggi senza telefono”, dopo che si è reso conto che quello ossessionato dal telefono era lui, più che suo figlio. Anche Federico Tonioni, psichiatra, ricercatore all’Università Cattolica e direttore dell’ambulatorio sulle dipendenze da internet del Policlinico Gemelli di Roma, in un articolo su La Repubblica individua nei genitori, nella loro ossessione per lo smartphone e la conseguente perdita di attenzione per ogni altra cosa, una della cause primarie della dipendenza da internet dei figli.

Perché se mai lo smartphone sostituirà la figura del genitore, è loro responsabilità e ruolo fondamentale trasmettere valori e passioni, e questo non può avvenire interamente se ogni tre minuti si controllano le notifiche. Basta allora trattare internet come fonte di tutti mali, se in fondo è solo un alibi per le nostre cattive abitudini.

Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.