Informazione e media: artefici del terrore nell’epoca della disinformazione

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Informazione e media: artefici del terrore nell’epoca della disinformazione

Tv, giornali, Facebook, Twitter, blog, quotidiani online. Benvenuti nell’epoca dell’informazione. Siamo negli anni della copertura totale mediatica del nostro pianeta: dopo le conquiste spaziali e temporali, la nostra specie è riuscita anche a trasmettere in maniera globale le informazioni, sia in diretta che in differita. Siamo sempre costantemente informati, su tutto e su tutti. Impossibile sfuggire.

Ma su cosa siamo informati? Su che cosa veniamo giornalmente bombardati?

Qui, la questione diviene seria:  veniamo costantemente aggiornati su fatti  che per le nostre vite sono alquanto irrilevanti. Cronaca nera, rosa, omicidi, stupri. I media basano la comunicazione sulla suspense, sull’irrisolto, sulle trame narrative che devono lasciare lo spettatore con qualcosa per cui riprendere, il giorno dopo, l’informazione ricevuta. La comunicazione mediale è una grande trama narrativa, quasi letteraria, che sempre di più non informa: siamo talmente circondati dall’informazione che quasi sentiamo il bisogno di distaccarcene, arrivando a estraniarci dalla realtà, perché la sentiamo troppo opprimente.

Da cosa deriva questo estraniamento, questa alienazione dalla realtà?

La cupola entro cui siamo rinchiusi, la cupola costituita da tutte le notizie che ci provengno dai diversi mezzi di comunicazione, è costruita per dare al cittadino, all’Homo videns, un resoconto di ciò che accade nel mondo. Tuttavia, le mura di questa cupola artatamente erette dai media, sono fatte, in particolar modo, dal sangue: degli omicidi, degli stupri, delle violenze domestiche, degli assassinii di mafia, faide familiari. Un meccanismo perverso che pone lo spettatore di fronte a una realtà altra rispetto a quella reale, quella al di fuori del mezzo di comunicazione.

La realtà descritta, allora, assume un’altra dimensione, che instilla, in chi è vittima passiva di questo meccanismo,  un terrore che la paralizza, pensando  che l’attentato è dietro l’angolo; che chiunque è uno stupratore e che il nostro vicino di casa sia un potenziale killer. È una realtà distorta, che molte volte ha fini politici: infatti, spesso il tal giornale o il tal sito si rifanno a determinati partiti o movimenti o ideologie.

informazioneEcco, allora, che i media sono partigiani: essi non garantiscono un’oggettività del fatto, ma esso viene manipolato, estromesso dal contesto e rinserito in una nuova cornice, adattata alla visione che se ne vuole dare. Con la necessità di dover guadagnare, l’informazione è vittima essa stessa del mercato, della società dello spettacolo: l’informazione diviene merce appetibile, che ha bisogno di un bacino di utenti pronti a credere a ciò che viene detto. I media mettono all’ingrasso quel bisogno umano di credere in qualcosa, specialmente, di far passare per veritiere le proprie paure e le credenze popolari: gli stereotipi.

Con l’avvento, poi, della Rete l’informazione è divenuta individuale, relegando l’oggettività e la ricerca della verità a una dimensione egocentrica, piuttosto che sociale: ognuno è portatore di una propria realtà. «Il medium è il messaggio», questa citazione di McLuhan serve a spiegare come Internet, virtualmente infinito e virtualmente libero, abbia condizionato l’informazione, imponendosi come medium privilegiato di questa era.

Perché?

La risposta non è banale: Internet e i social media danno la possibilità a ognuno di esprimersi, creando anche l’opportunità di sentire e leggere solo ciò che ci fa comodo, circondandoci di sole voci amiche. Se si crede a ciò che si legge su Facebook, o su Twitter, la realtà è catastrofica. La fine del mondo è vicina, tutti sanno che c’è il Potere dietro a qualsiasi evento ma nessuno fa niente: ognuno, dunque, è responsabile di questo Medioevo e perciò colluso con chi manovra gli eventi. I nuovi media sono creatori di un nuovo senso, di una nuova esperienza che si è lasciata alle spalle la realtà, amplificando ogni accadimento, tanto che se si finisce per credere a ciò che viene scritto, non basta nemmeno chiudersi in casa. La realtà è divenuta la gabbia dell’uomo, più di quanto essa lo sia mai stata: non c’è redenzione.

Pier Paolo Pasolini (1922-1975)

Il rimedio a questa situazione esiste? È possibile scappare da questo memento mori  perpetuo? La risposta “basta chiudere i social network e spegnere la tv” è senza valore epistemico, adatta a chi non ha alcuna voglia di comprendere il fenomeno nella sua intera complessità. Proprio la comprensione, il pensare, divengono le armi per chiunque voglia misurarsi contro questa epoca di informazione nefasta, contro i media catastrofisti: non bisogna chiudersi nella unilateralità di un pensiero accomodante, ma nella nostra testa deve echeggiare la solita domanda, propria dello spirito umano: perché?

Sul tema sono calzanti le parole di Pier Paolo Pasolini, un uomo che di fronte alla realtà non si è mai arreso:

Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere.

Edoardo Poli per MIfacciodiCultura

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