Di paura il cor compunto – La fisiologia della paura di Dante

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Con chi inaugurare questa nuova rubrica letteraria sulla paura se non con Dante, il Sommo Poeta? Dopo la gelosia, quest’anno ci avventureremo sui sentieri della letteratura alla scoperta di un altro sentimento umano: la paura, il timore, lo sgomento. Da cosa scaturisce questa emozione? Quali situazioni la generano? A ogni puntata lo scopriremo attraverso il punto di vista di un autore o di un personaggio.

Dante è autore e attore della propria Comedìa, e decide di inaugurare il poema proprio con un’intero canto sulla paura. Il lettore raramente ci fa caso, ma nel primo canto della Commedia il sostantivo «paura» è la parola chiave, comparendo per ben cinque volte. La prima celeberrima occorrenza si incontra nella seconda terzina:

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Il sommo poeta Dante

Qui è il Dante-auctor che parla, idealmente sovrapponendosi, tramite il ricordo, al Dante-agens, ovvero il personaggio che, qualche tempo prima, si era improvvisamente ritrovato in una misteriosa selva oscura, sconfitto dal peccato. Ebbene, l’autore, mentre scrive, ancora rabbrividisce al solo pensiero di quel bosco intricato («che nel pensier rinova la paura»). La paura, dunque, può essere generata in presenza di oggetti inquietanti, ma anche in assenza, semplicemente immaginandoli. Ed è questa l’operazione tentata da Dante in quanto scrittore: trasmettere il proprio terrore al lettore tramite l’immaginario innescato dal flusso poetico. Un luogo buio, senza via d’uscita, che ci circonda all’improvviso: una vivida istantanea di claustrofobica angoscia destinata ad attraversare i secoli. Questa immagine, sul piano morale, rappresenta il terrore del peccatore che si accorge di essersi spinto troppo oltre il lecito: ormai è troppo tardi per tornare indietro e ritrovare l’equilibrio, la salvezza, la tanto agognata «retta via»; tutto è perduto.

Più oltre, scopriamo nuovi dettagli sulla conformazione del metaforico luogo pauroso: una valle, «che m’avea di paura il cor compunto», ovvero, «che mi aveva riempito il cuore di terrore». È da questo verso prende il nome la nostra rubrica. L’autore è abilissimo a descrivere il luogo sinistro come un mare periglioso da cui il protagonista si affretta faticosamente ad uscire:

[…] come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata […]

Ed ecco il primo dettaglio fisiologico: il respiro affannoso, mozzato dall’angoscia e dallo sforzo della fuga dal pericolo.

Solo l’apparir del sole rasserena un poco l’animo del pellegrino: la luce sembra indicargli quella retta via che poco prima gli sembrava irrimediabilmente smarrita. Ma sulla scena appaiono tre nuovi antagonisti: la lonza, il leone, la lupa, e sono in particolare gli ultimi due a suscitare di nuovo quello spavento che sembrava scomparso. La lupa, letteralmente, instilla paura nel malcapitato tramite il senso della vista: «mi porse tanto di gravezza / con la paura ch’uscia di sua vista». La paura è dunque una passione molesta, “pesante”, che con la sua «gravezza» trascina verso il basso («in basso loco») chi tenta di elevarsi, come Dante che cerca di salire sul colle illuminato dal sole.

A un certo punto, la ripetizione del termine “paura” si arresta. Quando? Ovviamente, quando sulla scena compare il maestro Virgilio: finalmente, ecco la guida verso la salvezza, il rimedio contro una passione incontrollabile che rischiava di portare il pellegrino alla morte. Dante personaggio e Dante autore trovano il proprio alleato nell’avventura appena intrapresa: il poeta latino per eccellenza. Ed è una sublime invenzione del poeta fiorentino l’idea che la rinascita spirituale possa partire dallo studio della poesia antica e dalla pratica letteraria. Senza l’aiuto di Virgilio, Dante non sarebbe mai riuscito a uscire dalla selva, e non avrebbe nemmeno avuto le parole («lo bello stilo») per narrare la propria vicenda; le parole, dunque, la poesia. Per comprendere la vita e l’opera di Dante, è fondamentale considerare proprio la poesia come momento imprescindibile nel percorso salvifico verso l’incontro con Dio. La poesia è personificata da Virgilio, e, come lui, essa permette di affrancarsi dal fardello opprimente del timore: paura di affrontare la realtà con le sue tentazioni, paura di affogare nel pelago delle passioni che non si sanno controllare, paura di rimanere confinati nel vuoto afasico delle emozioni inespresse.

Dante seppe vincere i propri timori esistenziali allontanando da sé le passioni funeste e ritrovando l’equilibrio: ed è proprio la paura la prima passione da cui, con l’aiuto di Virgilio, lo abbiamo visto liberarsi.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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