One Hour Photo – Dorothea Lange, la fotografia di denuncia

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One Hour Photo – Dorothea Lange, la fotografia di denuncia

Dorothea Lange, la fotografia di denuncia
White angel braedline, San Francisco

Le difficoltà della vita non l’hanno mai fermata fin dall’età di soli sette anni, quando la poliomielite le causò un handicap alla gamba: decise quindi di dedicare la sua vita a immortalare coloro che nonostante gli ostacoli quotidiani non si arrendono. Dorothea Lange (Hoboken, 26 maggio 1895 – San Francisco, 11 ottobre 1965) è considerata pioniera della fotografia documentaristica e di denuncia sociale.

Trasferitasi dopo gli studi a San Francisco, qui si sposa con il pittore Maynard Dixon e crea il proprio studio. Proprio in California realizza reportage sulla situazione dei disoccupati e dei senzatetto: la Farm Security Administration, deputata al monitoraggio della crisi, se ne interessa e nella seconda metà degli anni Trenta la invita a partecipare a una missione per documentare le condizioni di vita nelle zone rurali degli Stati Uniti. Nei sui scatti la Lange rappresenta la povertà degli agricoltori che si spostano da un luogo all’altro in cerca di lavoro e l’abbandono delle campagne a causa delle tempeste di sabbia, le Dust Bowl.

Una delle sue prime foto documentariste venne scattata nel 1933 e si chiama White Angel Breadline. In questa fotografia un uomo dal cappello calcato sulla testa e l’aria mesta in coda per i viveri rappresenta il tormentato periodo di crisi economica americano, durante il quale le tasche degli americani erano prosciugate.

Mexican Girl Imperial Valley, California (1935)

Sempre nel suo tragitto nell’Imperial Valley scattò una foto, Mexican Girl. Si tratta di un ritratto crudo, con una bambina sporca, dagli abiti luridi e vecchi, circondata da un ambiente degradanto. La piccola non è spaventata ma semmai incuriosita dalla donna che le sta scattando una foto e cerca innocentemente di pulirsi il viso con un mano: il risultato è una spontaneità tipica del fotogiornalismo.

Tra il 1935 e il 1939, Dorothea fece un gran numero di reportage, sempre sulla condizione degli immigrati, dei braccianti e degli operai. Il 1935 fu anche l’anno in cui divorziò dal marito Dixon, dopo il quale sposò Paul Taylor, che diventerà l’uomo-chiave della sua attività professionale: ai reportage fotografici della moglie, Taylor contribuì con interviste, raccolte di dati e analisi statistiche.

La carriera della fotografa statunitense potrebbe essere riassunta in una sola fotografia, divenuta una vera e propria icona del ‘900, un simbolo della sofferenza e della lotta per la sopravvivenza durante la Grande DepressioneMigrant Mother, scattata nel 1936 (immagine di copertina). Dopo aver attraversato la California e gli Stati Uniti Sud Occidentali, in un accampamento incontrò una giovane donna con la sua famiglia. Dorothea Lange decise di scattare una fotografia nella cui composizione e nello sguardo deciso risiedessero la forza di questa donna. Al suo fianco i suoi due bambini che nascondono il volto e contemporaneamente cercano protezione. La donna ha solo 32 anni, ma il viso è già segnato dalle difficoltà della vita. In mezzo alla sofferenza e alla crudezza dei tratti del volto, risaltano la fierezza e la dignità.

Coerentemente col suo gusto e con la sua considerazione del mezzo fotografico, Lange nel corso della sua carriera si avvicina quindi alla corrente della straight photography, “fotografia diretta”, che si oppone a quella del pittorialismo e ad ogni forma di manipolazione dell’immagine: qualunque cosa in grado di alterare la fotografia rende automaticamente meno puro lo scatto e quindi meno vero.

Nel 1947 collaborò alla nascita dell’agenzia Magnum e nel 1952 fu tra i fondatori della rivista Aperture.

Dorothea Lange

Il grande insegnamento di Dorothea Lange è quello di usare l’obiettivo come un terzo occhio, un naturale prolungamento della vita visiva, una lente d’ingrandimento sul mondo. Per lei la macchina fotografica è stata una grande maestra“, affermava infatti che «bisognerebbe utilizzarla come se il giorno dopo si dovesse essere colpiti da improvvisa cecità». La spontaneità delle sue fotografie le permise di mantenere intatti i concetti di dignità e orgoglio dei soggetti ritratti: non vi è alcuna falsificazione né esaltazione dei contesti emotivi, forse perché la realtà in quel momento rendeva tutto già abbastanza forte.

Qualche mese dopo la sua morte, l’11 ottobre 1965, il MoMA di New York organizzò una grande retrospettiva a lei dedicata, un importante tributo mai organizzato prima per una donna nella storia del museo.

Andrea Porro per MIfacciodiCultura

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