La fotografia di Nan Goldin a Milano: una ballata di squallore e tenerezza

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La fotografia di Nan Goldin a Milano: una ballata di squallore e tenerezza

La fotografia di Nan Goldin a Milano: una ballata di squallore e tenerezzaLa Triennale di Milano espone per la prima volta in Italia The Ballad of Sexual Dependency, capolavoro fotografico di Nan Goldin. Si tratta di una ricerca che la fotografa americana comincia alla fine degli anni ’70 e che continua nei decenni successivi: migliaia di scatti che testimoniano una vita allo sbando, tra ambienti glamour e luridi appartamenti, sono stati selezionati e montati in una sequenza filmica di 42 minuti, nella quale si susseguono oltre 700 immagini a colori scandite da un medley musicale. La musica che abbraccia le fotografie, da Nina Simone ai Velvet Underground, richiama film che hanno segnato la storia del cinema e la mente di tanti giovani di ieri e di oggi. Sulle pareti dell’ambiente che ospita l’installazione alcuni manifesti originali delle prime performance newyorchesi della fotografa.

The Ballad of Sexual Dependency racconta una vita fatta di sesso e droga, paure e tenerezze, squallore e solitudini, trasgressioni e ripensamenti, amicizia fraterna e morte. È una panoramica autobiografica, un racconto sul vissuto dell’artista e del mondo che l’ha circondata per anni immortalato con partecipazione, ma anche con una certa freddezza professionale. Una storia travagliata, appassionata e diabolica tra Boston e New York, in cui tra vita e arte non esiste alcuna barriera.

La fotografia di Nan Goldin a Milano: una ballata di squallore e tenerezzaNan Goldin nasce a Washington nel 1953 e cresce nella periferia di Boston tra una famiglia ebrea piccolo-borghese e un bisogno precoce e incontenibile di libertà. Nel 1965 Barbara Holly, sorella maggiore dell’artista alla quale The Ballad of Sexual Dependency è dedicato, si suicida, poi un uomo più grande corteggia Nan, che a 13 anni se ne va di casa per trasferirsi in una comunità alternativa del Massachussets. Studia in una scuola speciale, libera e hippie, si appassiona alla fotografia. Vorrebbe diventare una fotografa nel campo della moda, ma non sa niente di fotografia artistica, non conosce Diane Arbus, Larry Clark, Weegee. All’inizio degli anni ’70 è una giovane donna ossessionata dalla memoria e dal tempo che passa, innamorata di una drag queen, perennemente stordita dalle droghe e dall’alcol.

Gran parte del suo lavoro fotografico scaturisce dallo stordimento, dalla mancanza di contatto con la realtà, o meglio, con l’illusione di un attaccamento maggiore alla realtà e altrimenti impossibile, dietro cui si nasconde una dipendenza devastante: la droga rende Nan disinibita, la fa sentire adeguata, le fa vivere una prospettiva sciolta, disposta ad accettare l’imprevisto. La fotografia di Nan Goldin è euforica, profonda e senza filtri, fa della sfocatura e dell’imperfezione un punto di forza. Sono istantanee crudeli di una vita allo sbando, senza possibilità di redenzione. Mostrano una parte oscura della vita, violenze e trasgressioni di ogni tipo in cui Nan si pone non come voyeur, ma come testimone e partecipante attiva: nessuna persona immortalata in uno scatto le è sconosciuta, ognuna è maliziosamente consapevole di essere osservata, la forte intimità e la condivisione di uno stesso mondo sono tangibili.

La fotografia di Nan Goldin a Milano: una ballata di squallore e tenerezzaAmore e perdizione, sesso e droga amalgamati ad eccitazione folle e paura. Personaggi nelle discoteche, i loro bambini a casa, violenza domestica, AIDS. The Ballad of Sexual Dependency è un diario sofferto, dettagliato, un pugno nello stomaco. È una ricerca attraversata da svolte tragiche, la malattia, la morte: la decadenza inarrestabile, e non la libertà. Un’epidemia, non più esperimenti gioiosi in nome della fratellanza.

Un’atmosfera che, nel profondo, non ha nulla di romantico.

Nan Goldin fotografa persone sedute sul water, che fanno sesso in stanze luride, si masturbano, scaldano siringhe, che si travestono, ridono e sembrano perse, sole al mondo. Il genere sessuale è una maschera ostentata con forza brutale. Molte di queste persone sono morte, alcune, come la stessa Nan Goldin, sono sopravvissute in qualche modo, si sono riscattate o si sono lasciate appassire dentro e fuori. Agisce, in Nan Goldin, la paura di perdere la propria storia, la propria versione della propria storia: la fotografia è uno scudo per proteggersi dalla morte e dall’oblio, un atto di ribellione nei confronti della dipendenza sessuale, un respiro profondo dopo una relazione violenta. Un monito a se stessa, e ad altre donne.

La fotografia di Nan Goldin a Milano: una ballata di squallore e tenerezzaNella fotografia Autoritratto, un mese dopo essere stata picchiata (1984), Nan Goldin non esprime la propria rabbia, semplicemente testimonia la violenza subita. La fotografia non può ritardare la morte fisica, non può fermare quel tempo. La sola fotografia, a quanto pare, non può cambiare la vita. Lascia una testimonianza di persone che hanno vissuto tragicamente e che tragicamente se ne sono andate, riuscendo a cogliere il colore, la vivacità, l’essenza diabolica anche nell’angolo più brutto e afflitto di mondo.

L’empatia di Nan Goldin non sfocia in psicosi, poiché il suo scopo non è riconoscere la propria pelle sul corpo degli altri, non è il tentativo di specchiarsi, di ritrovarsi. Il suo scopo è testimoniare con rispetto il coraggio di mostrarsi liberi, folli, persi, un altro modo di essere. Solo uno dei tanti possibili.

Nan Goldin. The Ballad of Sexual Dependency
a cura di François Hébel
La Triennale di Milano
dal 19 settembre al 26 novembre 2017

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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