Salvo d’Acquisto, il sacrificio di un eroe comune

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Salvo d’Acquisto, il sacrificio di un eroe comune

Per una volta, levandomi dalle nebbie dell’abulia in cui sto precipitando al rallentatore, sono curioso. Nella fattispecie, di vedere come commenteranno gli analfa-neofasci che pullulano in maniera sempre più temibilmente densa i social network il fatto che oggi ricorre l’anniversario di morte di Salvo d’Acquisto (Napoli, 15 ottobre 1920 – Torre di Palidoro, 23 settembre 1943).

Salvo d’Acquisto

In teoria, dovrebbero fioccare gli insulti e le insensate considerazioni dei figli del non sequitur, di quelli per intenderci che chiamano traditori i partigiani; sì, insomma, quelli là, quelli che non dobbiamo aiutare i profughi perché non abbiamo avuto un impero coloniale (ma solo perché abbiamo sbagliato bersagli: se invece di cercare di spezzare le reni alla Grecia che manco Serse ce la fece, o di prendere bastonate dagli abissini che a momenti il negus colonizza anche Bolzano, avessimo dichiarato guerra a Cartoonia…).

La questione è se il neo patriota di estrema destra possa apprezzare il gesto eroico del milite che sacrifica la propria vita per la Patria, o biasima il traditore che si è in una certa forma ribellato al diktat (gratuito e feroce, quindi apprezzabile) del fiero alleaten.

Tolto il mio amletico dubbio, resta il gesto del Vice Brigadiere. Il gesto e non il resto, in quanto nulla di notevole ci dà la biografia del carabiniere: nato a Napoli il 15 ottobre del 1920, si arruola nei carabinieri nel 1939 e parte volontario per la Libia. Una ferita ad una gamba, la malaria, rientra in Italia e diventa vice Brigadiere a Torrimpietra. Qui, o meglio a Torre di Palidoro, il 22 settembre del 1943, dopo il proclama Badoglio accade un incidente che causa la morte di due soldati tedeschi e il ferimento di altri due: il fatto era probabilmente dovuto all’imperizia nel maneggio degli esplosivi degli stessi crucchi, ma coerenti con la propria natura belluina e all’ordinanza di tale feldmaresciallo Kesselring, le SS operano un rastrellamento e si apprestano, crimine di guerra più crimine di guerra meno, a fucilare una ventina di cittadini palesemente innocenti.

A questo punto, già pronta la fossa comune, cosa che piace tanto ai tedeschi, il giovane sottufficiale dei carabinieri si accolla tutta la responsabilità dell’avvenuto e ottiene di scambiare la propria vita con quella degli ostaggi. Per non farsi mancare nulla dello show, i tedeschi, sempre umani, lo picchiano e poi, quando si stufano di giocare, lo fucilano. Salvo d’Acquisto non aveva nemmeno 23 anni.

In base ai racconti sulla tragica vicenda, vien fatto di notare come i 22 prigionieri se la diedero immediatamente a gambe dopo la liberazione, pur avendo visto che il loro posto veniva preso dal giovane carabiniere, la qual cosa personalmente ci fa dubitare del fatto che il sacrificio di d’Acquisto valesse effettivamente la pena. Verrebbe fatto di accomunare il giovane carabiniere a Sigfried von Nibelunghen, che però alla fine si ravvede, mentre Salvo d’Acquisto (sia vero oppure no) morì al grido di Viva l’Italia.

In realtà c’è assai poco da scherzare, perché il caso d’Acquisto è la dimostrazione pratica di come le guerre falcidino quella che da molti punti di vista è “la meglio gioventù” delle Nazioni. La sopravvivenza è del più adatto, non del più forte e men che meno del più etico: tra il topo di fogna e il pavone, ahinoi, non c’è storia, e gli stati poi vengono costruiti dal peggio del peggio rimanente, che portato alle estreme conseguenze per 4000 e passa anni produce la realtà-discarica in cui ci troviamo a dibatterci (ma dove la progenie dei ratti si trova benissimo).

Salvo d’Acquisto, ovvia medaglia d’oro al valor militare, poi fu canonizzato, beatificato e quant’altro; esistono specifiche preghiere a Salvo d’Acquisto e su ciò ritengo non vada spesa una singola sillaba, mentre poche val la pena di impiegare per ricordare come, secondo logica, prassi e tradizione, ci sono caserme dei CC, scuole di formazione degli stessi, busti, lapidi, targhe, vie, piazze e statue un po’ in tutta Italia.

La figura (o l’avvenimento tragico?) del vicebrigadiere ha ispirato un film con Massimo Ranieri, un’opera lirica, una miniserie televisiva, uno spettacolo teatrale: a ben guardare, non pare aver ispirato proprio null’altro, in questa Italietta in cui il concetto di sacrificio viene esemplificato dai nostri beoti calciatori-maori che arrivano a stare in campo anche 90 minuti.

Parafrasando Charles Dickens, a Salvo d’Acquisto oggi rimane la soddisfazione di essere l’uomo più coraggioso del cimitero.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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