“Safari”: la moda delle vacanze di caccia raccontata da Ulrich Seidl

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Safari: la moda delle vacanze di caccia raccontata da Ulrich Seidl

Si immagini una savana nel cuore dell’Africa: la vegetazione è perlopiù erbosa, color del bronzo, e qua e là alte acacie ad ombrello si stagliano contro il cielo terso. Ci sono gnu, zebre, giraffe e antilopi di varia specie. Il solo rumore è quello della natura stessa. Ma poi uno schioppo fende con prepotenza l’aria e quella calma va in frantumi. Gli gnu, le zebre, le giraffe e le antilopi di prima vengono confrontati con un listino prezzi, caricati su un mezzo e portati al mattatoio più vicino. Con Safari il regista viennese Ulrich Seidl si propone di mostrare proprio la realtà macabra e spietata delle “vacanze di caccia. Presentato fuori concorso al festival di Venezia del 2016, il film è stato distribuito nelle nostre sale dallo scorso 1° settembre grazie a Lab 80 film.

Quella di Seidl è oggi una delle voci più autorevoli in ambito documentaristico: la consacrazione a livello internazionale risale al 2001, quando Canicola riceve il Gran Premio della Giuria a Venezia. Seguono poi i titoli di Import/ExportIn the basement e la trilogia Paradise, divisa nei capitoli LoveFaith Hope

Protagonisti di quest’ultimo lavoro sono cacciatori che partono alla volta di Namibia e Zimbabwe, speranzosi di uccidere… pardon, abbattere quante più belve possibili. La differenza tra i due termini viene accuratamente sottolineata da uno dei soggetti intervistati, come se tra questi vi fosse una differenza abissale. Viene quasi da pensare che distinguere tra “uccidere” e “abbattere” funzioni come un debolissimo tentativo di giustificare sé a se stessi. Se così fosse, allora si potrebbe leggere sotto la stessa luce il gesto di offrire alla preda morente un rametto per invocare il suo perdono, secondo un antico rituale germanico. Gli animali, chiarisce ancora l’intervistato, vengono realmente uccisi nei mattatoi per opera dei lavoratori locali.

Il gruppo dei carnefici è eterogeneogiovani e anziani, uomini e donne, viaggiano da soli o in compagnia della propria famiglia. Sanno di non essere ben visti dall’opinione pubblica, motivo per cui non tutti sono d’accordo a parlare davanti alla telecamera. Coloro che accettano affermano con forza di non star facendo niente che vada contro la legge, anche quando ad essere messe sotto tiro sono specie protette o addirittura in via d’estinzione.

Ad ispirare Seidl stavolta è il caso del leone Cecil, felino simbolo dello Zimbabwe, che nel 2015 fu attirato fuori da un’area protetta e poi brutalmente assassinato e decapitato da un cacciatore. In un primo momento l’intenzione del regista era quella di riportare sullo schermo l’attività venatoria per dimostrare quanto possa costituire una vera ossessione; tuttavia nel corso delle riprese apparve sempre più chiaro che la pellicola stesse assumendo come tema primario quello più generale dell’uccidere. O meglio, come specifica Seidl, “dell’uccidere come sorta di liberazione emotiva, un atto libidico dove nessuno corre un reale pericolo”. 

Nonostante una regia neutrale che non lascia trasparire alcuna presa di posizione, Safari ha una spiccata carica provocatoria e ironica. Quando non cacciano, questi lugubri villeggianti se ne stanno distesi a prendere il sole o aggiornano il listino prezzi; e subito dopo aver mandato a segno un colpo vengono ripresi in un tripudio di gioia e commozione. Il documentario è chiaramente diviso tra il tono irrisorio che aleggia intorno ai bracconieri, inconsapevoli di essere ridicoli, e la tragicità della battuta di caccia. L’orrore è accresciuto da uno stile asciutto e distaccato, tipico in Seidl, che vuole far riflettere il suo spettatore: a questo servono infatti la ricchezza e la scrupolosità dei particolari. Il regista non si sconvolge troppo a scendere nel dettaglio e, oltre alle pareti tappezzate di appariscenti teste imbalsamate, mostra con freddezza giraffe agonizzanti, arti amputati a colpi di machete e sguardi che si fanno vitrei. Non sorprende troppo sapere che questa macabra curiosità ha attirato a Seidl svariate critiche, quasi tutte scagliate contro le due lunghe sequenze girate all’interno di un mattatoio.

Questa discutibile e stravagante vacanza non può essere narrata senza fare riferimento al circuito monetario che mette in moto. Anzi, è questo che legittima l’attività venatoria dal momento che “In una settimana un cacciatore spende quanto un turista in due mesi. È vantaggioso per tutti”. La popolazione locale, come si è detto, diventa parte stessa dell’azione e non è messa nelle condizioni di potersi ribellare ad una mattanza simile. Pensandoci, sarebbe davvero così assurdo parlare di una nuova forma di colonialismo?  

Attraverso la caccia, i protagonisti riescono a soddisfare la loro sete di dominio. Da qui il finale diretto e senza speranza di Safariad essere animalesco è l’uomo, e la salvezza del mondo dipende proprio dalla sua estinzione.

Ulrich Seidl non manca il bersaglio neanche stavolta e si conferma portavoce di un cinema ancora capace di sconvolgere nel profondo. Tanto da costringere diversi giornalisti ad abbandonare la sala durante la prima proiezione.

Anna Maugeri per MIfacciodiCultura

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