Giovanni Boldini, il pittore della Modernità, in mostra a Torino

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Giovanni Boldini, il pittore della Modernità, in mostra a Torino

Il conte Robert de Montesquiou, Giovanni Boldini (1897)

Ovidio racconta di come l’astuto dio Giove si trasformò in una nebbia fittissima al solo fine di sedurre l’attraente ninfa Io. Questo antico mito, interpretato successivamente dal Correggio, potrebbe sintetizzare appieno la vita di un altro grande pittore: Giovanni Boldini. Ferrarese, figlio d’arte, poco più di un metro e cinquanta, “Zanin” (come lo chiamavano in famiglia) riuscì in breve tempo a conquistare le “ninfe” di Parigi, le cosiddette “Divine”, le nobildonne ed alto borghesi che frequentavano gli stessi prestigiosi salotti del peintre mondain e a diventare uno degli interpreti della modernità.

Fino al 28 gennaio 2018, oltre 100 opere del pittore ferrarese saranno esposte nelle Sale delle Arti della preziosa Reggia di Venaria, appena accanto a Torino. Prodotta ed organizzata da Arthemisia e dalla Venaria Reale, curata da uno dei più esperti conoscitori di Boldini, Tiziano Pancone, nonché da Sergio Gaddi, la mostra intende ripercorrere cronologicamente la vita e il percorso artistico di uno dei maggiori interpreti della dorata Belle Époque. Nonostante il folgorante successo parigino (quindi internazionale), Boldini non nacque nella lussureggiante Ville Lumière, bensì a Ferrara, nel 1842. Figlio d’arte, come si è detto: il padre Antonio (il cui ritratto, firmato dal figlio, è in esposizione), infatti, era apprezzatissimo pittore purista e profondo conoscitore dell’arte quattrocentesca; fu proprio lui a fornire al suo “Zanin” la prima formazione pittorica.

Tuttavia, nonostante Ferrara sia una città ricchissima per patrimonio artistico, al giovane e frizzante Giovanni, l’Emilia cominciava ad apparire troppo chiusa e “provinciale”. Decise così, grazie ad una cospicua eredità lasciatagli dallo zio, di allontanarsi dalla città natale per trasferirsi in quella che allora, all’inizio degli anni ’60 dell’Ottocento, si stagliava come capitale artistica e culturale d’Italia: Firenze.

Al periodo fiorentino è dedicata la prima sezione della mostra di Venaria: una fase, questa, che pesò non poco sulla vita del Boldini, tanto a livello artistico quanto a livello sociale. A Firenze, infatti, il pittore – poco più che ventenne – iniziò fin da subito a frequentare il vivacissimo caffè Michelangiolo: i caffè, a quel tempo, erano affollati luoghi di incontro per artisti ed intellettuali, più che un rifugio per avventori casuali. Fu tra quei tavolini, dunque, che il ragazzo poté stringere amicizia con alcuni di quei pittori antiaccademici che la critica – dapprima spregiativamente – aveva cominciato a soprannominare “macchiaioli“: Telemaco Signorini e Cesare Banti fra tutti.

Caricatura di Boldini

Il legame con il gruppo dei Macchiaioli fu tanto intenso che influenzò profondamente la pittura ancora intorpidita del giovane ferrarese, accentuando l’attenzione di Boldini per l’elemento della luce. L’esperienza fiorentina, inoltre, fu anche l’occasione per stringere amicizie con alcuni esponenti di spicco dell’élite internazionale. Pur continuando a frequentare amici macchiaioli come Cristiano Banti (il cui ritratto di famiglia è in esposizione), Boldini cominciò ad inserirsi sempre più assiduamente negli ambitissimi salotti di Isabella Falconer, nobildonna inglese dalle vaste conoscenze internazionali. Fu proprio con Isabella, con la quale intanto aveva stretto una relazione sentimentale, che il pittore visitò per la prima volta Parigi. Rimase talmente impressionato dalla modernità sfavillante della città che, dopo un breve soggiorno a Londra, si risolse a trasferirsi definitivamente nella capitale francese.

All’inizio degli anni ’70 dell’Ottocento, infatti, Parigi era un’enorme calamita incastonata nel cuore del Vecchio Continente: luci, musica, Moulin Rouge, Can-can, Impressionisti, ampi viali alberati, vivacità intellettuale ed artistica. Un terreno fertilissimo, dunque, per un artista come Boldini, sempre più affascinato dal movimento, dalla frenesia di un secolo che volgeva al termine ma che sembrava non voler finire.

A Parigi, sono sostanzialmente tre le persone determinanti per Boldini: la modella ed amante Berthe, che possiamo ammirare mentre legge una dedica su un ventaglio (1878), il mercante e collezionista d’arte Goupil, primo mecenate di Boldini al suo esordio parigino. Non ultima, la contessa Gabrielle De Rasty, la “Divina” per eccellenza, la nobildonna che aprirà a “Jean” (così fu soprannominato in Francia) le porte di tutti i salotti parigini, nonché amante del pittore, il quale la ritrarrà nei momenti più sensuali ed inattesi (in esposizione il pastello del 1880, La contessa De Rasty coricata). Grazie al suo carisma, Boldini riuscirà ad affascinare non solo decine di donne, che faranno la fila di fronte al suo atelier per essere ritratte (“le Sfingi dell’atelier”, le chiamerà il dandy Robert de Montesquiou), ma anche i più attivi pittori dell’epoca, come Edgar Degas, Paul César Helleu e il caricaturista “Sem” (Georges Goursat), il quale raffigurerà affettuosamente l’amico come uno “gnomo” italiano.

Appena arrivato a Parigi, il trentenne pittore ferrarese si cimentò in scene di genere, improntate sul gusto settecentesco allora di moda: sono di questa prima e minuziosa fase, opere come L’Allée des Rois a Versailles (1875),  Il marchesino a Versailles (1876) e le due deliziose Dame del Primo Impero (1875). Tuttavia, il genere in cui Boldini eccelle è, come è noto, il ritratto: è l’epoca delle “Divine”, della donna dannunziana, è l’epoca dei grandi ritratti verticali, “scolpiti” con pennellate simili a vigorose sciabolate: in esposizione il celebre Ritratto di donna Franca Florio (la cui scollatura fu ritoccata da Boldini a causa delle pressioni del marito). È anche l’epoca del cinema, delle grandi città, della velocità: si pensi a Corse a Longchamp (1890) o a Il ritorno dei Dragoni (1898), entrambe opere esposte che hanno fatto sì che un critico come Ragghianti definisse Boldini un “precursore di Boccioni“, un precursore della modernità.

Il “piccolo Italiano” (come veniva chiamato a Londra) riuscì quindi ad imprimere il movimento nella pennellata, ritraendo le donne «con i nervi a pezzi, affaticate da questo secolo tormentato» (Goursat); riuscì – come sintetizzò efficacemente il conte De Montesquiou – a rendere sulla tela “Pariginismo”e “Modernità”, interpretando come nessun altro la tumultuosa stagione della Belle Époque. Le donne, nobili e borghesi, francesi ed italiane, trovavano in Boldini un uomo che sapeva ascoltarle, comprenderle e, soprattutto, dipingerle secondo la loro autentica natura. Nel suo atelier, insomma, ogni donna era una ninfa, ogni donna era Io dinanzi ad un piccolo Giove.

Giovanni Boldini
A cura di Tiziano Panconi e Sergio Gaddi
Venaria Reale – Torino
Dal 29 luglio 2017 al 28 gennaio 2018

Fabio Gusella per MIfacciodiCultura

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