Roberto Saviano: denuncia per la verità e caso mediatico

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Roberto Saviano: denuncia per la verità e caso mediatico

Esordisce sul panorama letterario nel 2006 con un romanzo che non si può definire semplicemente tale. Una non-fiction, a detta dell’autore. Un’opera scomoda come lo è lui, un’opera che parla di mafia, di crimine e di giustizia. Si intitola Gomorra – Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra (Mondadori), ed è stato un vero caso editoriale. E chi l’ha scritto non può essere altrimenti che Roberto Saviano, che proprio oggi, 22 settembre, compie 38 anni.

Roberto Saviano
Il controverso scrittore Roberto Saviano (1979)

Nato a Napoli, Saviano si dedica all’attività giornalistica dopo aver conseguito la maturità scientifica a Caserta, e sempre dalla provincia ritorna nella capitale partenopea per sviluppare il suo maggiore interesse, ovvero lo studio del fenomeno della camorra, della criminalità organizzata che lo circonda, che lo tormenta. Da ormai più di dieci anni, per restituire una briciola di giustizia a chi è stato vittima delle numerose crudeltà mafiose, Roberto Saviano si impegna a raccontare tutto quello di cui è in grado, le storie che sanno di sporco e di violenza, che ci piacerebbe non esistessero mai. Invece sono dietro l’angolo e meritano di essere ascoltate anche nel nome della verità che dovrebbe essere la chiave del giornalismo e della scrittura.

Tale verità, però, Saviano stesso non nega essergli costata cara. Veramente cara. La pubblicazione di Gomorra ha segnato l’inizio della sua vita in esilio, perennemente sotto scorta. Costretto a vivere in luoghi segreti e costretto a chiedere l’autorizzazione di sicurezza per ogni minimo spostamento, a distanza di anni lo scrittore napoletano si chiede quale sia il prezzo più alto da pagare per una quotidianità che si fa fatica a chiamare col proprio nome. Sono le relazioni umane a rimetterci di più, è l’equivalente di scartare ogni spontaneità per aver messo a rischio tutto quanto, in virtù di scegliere di denunciare chi opera nell’ombra, nell’abuso, nella crudeltà.

L’essere mira inevitabile di ricatti e minacce da parte dei suoi accusatori, gli stessi imputati dei processi che si ritengono innocenti – capaci persino di ottenere la riduzione della pena, è il destino che ogni giornalista d’inchiesta, attivista, magistrato che opera contro la criminalità organizzata sembra debba accettare solo per il fatto di aver anteposto la forza della parola al resto. Lui stesso non potrebbe essere più chiaro nell’esprimere questa dura constatazione. Non ci si abitua mai. Si mette in discussione tutta la propria vita.

Si dà per scontata la libertà d’espressione. In realtà è costantemente minacciata, ancor prima che dalle situazioni di minaccia militare, dall’isolamento, dalla diffamazione: chi è esposto pubblicamente, chi decide di affrontare questi temi sa che non avrà affatto una vita facile. Chi descrive le organizzazioni criminali, gli appalti, il riciclaggio sa che diventerà, in qualche modo, bersaglio. Perché non si discuterà solo del merito di ciò che scrive, ma si cercherà di distruggere la sua credibilità.

Anche ultimamente la credibilità di Saviano è stata messa in discussione. Basti pensare al fenomeno mediatico che si scatena ogni volta che l’autore pubblica il suo pensiero su un determinato tema sociale o politico. Risse verbali, quasi. Dibattiti continui tra il giornalista e gli esponenti del potere che non sanno tenere la lingua a freno. Manifestazioni d’odio e critiche gratuite nei confronti di chi sembra sufficiente abbia il proprio nome per essere giustificato qualunque cosa dica o scriva. Non casualmente anche i programmi televisivi di Rai Tre, che hanno reso Saviano protagonista dello schermo insieme a Fabio Fazio, Vieni via con me e Quello che (non) ho, qualche anno fa avevano scatenato le stesse polemiche. Nonostante questo, Saviano si è dimostrato comunque un brillante narratore di forti testimonianze di vita.

Nel 2007 Roberto Saviano pubblica Il contrario della morte, racconto sulla difficile scelta dei ragazzi meridionali in difficoltà di partire per missioni di guerra, spesso da cui non fanno ritorno. Nel 2009 con La bellezza e l’inferno ricostruisce una serie di scritti elaborati nei cinque anni precedenti in cui la colonna portante è sempre la certezza di affermare che «la verità, nonostante tutto, esiste». Storie reali e forti che parlano di dolore e di rabbia, di inquietudine e anche di vita. Nel 2013 è la volta di Zero zero zero, inchiesta che affronta la cruda tematica del narcotraffico di droga e cocaina, riguardante principalmente paesi come il Messico e l’Argentina. Saviano non si risparmia, svela i tabù delle droghe, i meccanismi di commercio e di guadagno. E sono sempre pugnalate allo stomaco, basta l’ascoltare.

«E ti pare che io mi metto paura di un bambino come te? Io per diventare bambino c’ho messo dieci anni, per spararti in faccia ci metto un secondo». Violenza e sopraffazione, sete di potere e di guadagno facile le parole chiave de La paranza dei bambini, l’ultimo romanzo-inchiesta scritto dall’autore, edito nel 2016. E la storia di questi bambini continua, in tutti i suoi orrori. Infatti il prossimo 12 ottobre Saviano tornerà in libreria con Bacio feroce, per raccontare di quei «nati in una terra di assassini e assassinati, disillusi dalle promesse di un mondo che non concede niente, tanto meno a loro. Forti di fame. Forti di rabbia. Pronti a dare e ricevere baci che lasciano un sapore di sangue». Dunque per Roberto Saviano all’orizzonte vi è di nuovo la consapevolezza di far leggere uno spaccato di vita e di attualità che merita di essere raccontato, una testimonianza di verità che è la causa stessa del suo successo e allo stesso tempo della sua vita blindata. Le persone hanno letto. E leggeranno. Se non continuassero a farlo nessun caso mediatico ci sarebbe. Ma leggere, sì, è quanto fa la differenza.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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