Architettura fascista: fra tutela del patrimonio e controversie storiche

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Architettura fascista: fra tutela del patrimonio e controversie storiche

Palazzo della Civiltà Italiana, Roma

Che l’architettura fascista costituisca per l’Italia un patrimonio da tutelare, al pari di qualsiasi altra opera d’arte, è una questione che trova ben pochi pareri contrari. Eppure, in un periodo in cui i rigurgiti del regime tornano a farsi sentire in maniera sempre più insistente e vigorosa, non potevano certo non destare polemiche le parole dell’architetto e deputato Emanuele Fiano, il quale si sarebbe espresso a favore dell’abrasione della scritta “Mussolini Dux” dall’obelisco del Foro Italico di Roma. Trovandosi già in un clima sufficientemente arroventato dalla proposta di legge che estende i confini del reato di apologia del fascismo, la scintilla delle polemiche si è innescata in tempi pressoché nulli. Il fulcro della questione si è però spostato in una direzione forse non voluta: ha preso piede l’idea secondo cui un’affermazione simile starebbe a significare che l’architettura fascista, e l’arte del Ventennio in generale, non meritino una tutela pari a quella riservata ai patrimoni risalenti a qualsiasi altra epoca. In realtà, la questione è stata probabilmente banalizzata, e pare essere ben più complessa di ciò a cui la si vuole ridurre.

Sebbene tali opere siano il frutto di una pagina cruenta e sanguinosa della storia italiana, chiunque sarebbe in grado di riconoscere che si tratta pur sempre di opere degne di nota, certamente figlie di menti poste al servizio del regime, ma pur sempre geniali. A nessun intenditore d’architettura passerebbe per la mente di negare che il Palazzo della Civiltà Italiana di Guerrini all’EUR, o la Casa del Fascio di Giuseppe Terragni a Como siano opere di inestimabile valore. Inoltre l’architettura fascista è stata in grado di assumere dei connotati specifici ed elementi che la contraddistinguono, seppur tenacemente influenzati dall’ideologia mussoliniana: la costante ricerca di parallelismi tra la Roma Imperiale e l’Italia del Duce, che attraverso la tradizione intendeva suscitare nel popolo uno spirito nazionalista, si è tradotta così in una riflessione speculare di questi concetti anche in ambito architettonico. Ciò comportava un’assidua rielaborazione di elementi classicheggianti, proporzioni, armonie che rispecchiassero la volontà di Mussolini di richiamo alla romanità. Dunque il Movimento Moderno dell’architettura europea, che si diffondeva anche in quegli anni, ebbe in Italia una forte deviazione derivante dall’incontro con le contraddizioni del fascismo, ma  grazie a questo incontrò l’opportunità di declinarsi attraverso richiami classici: questa è una particolarità  significativa, che non può certo essere ignorata né tantomeno smentita.

Obelisco del Foro Italico

La conservazione delle opere risalenti al periodo è inoltre importante non solo dal punto di vista prettamente artistico, ma anche come memento di arco temporale che ha fatto – nel bene e nel male – parte della nostra storia, e dal quale non si può in alcun modo prescindere. La storia ha il fondamentale compito di insegnare e il ricordo dei periodi più bui ha spesso una valenza straordinariamente efficace affinché certe barbarie e nefandezze vengano sepolte per non trovare mai più la luce. Dunque, quale miglior modo per tenere a mente la storia se non le opere e i monumenti che da essa sono scaturiti?

La polemica nata dalle affermazioni di Fiano andrebbe però analizzata in maniera più specifica, perché appare palese che l’intenzione non fosse certo quella di screditare l’architettura del Ventennio: piuttosto, la discussione nasce in merito alla scritta presente sull’obelisco. La questione si fa quindi più controversa: l’iscrizione “Mussolini Dux” era una celebrazione, una lode che inneggiava alla grandezza del Duce. La radice della diatriba si basa quindi sul sottile e alle volte flebile confine che separa il ricordo dalla glorificazione, il monito dall’esaltazione. È infatti anche seguendo questa differenziazione, oltre che per un discorso legato al valore artistico, che le effigi realistiche del Duce sono state distrutte, mentre altre opere sono state conservate.

Sebbene i monumenti in generale abbiano già in sé il concetto di celebrazione, eliminarli sarebbe come infliggere una ferita per i motivi sopra citati, ma quando si tratta di una scritta forse non vale questo tipo di ragionamento. Eppure in questo caso il discorso non è così semplice: eliminare quell’iscrizione sarebbe come snaturare l’obelisco, ridurlo a un banale insieme di blocchi lapidei e sradicarlo dalla sua essenza, sebbene essa sia storicamente e moralmente discutibile.

Palazzo del Consiglio superiore della magistratura in piazza Indipendenza

Dunque, in fin dei conti, non è certo un argomento riguardo cui è possibile generalizzare. Ogni caso presenta le sue complessità e andrebbe analizzato nello specifico.

Intanto la polemica continua ad infiammarsi, con flash mob a Roma e attacchi di massa sulla pagina Facebook di Fiano, intrisi di violenza verbale e benaltrismo figlio delle becere ondate populiste di questi tempi. La radice della controversia è quindi ben più complessa da trattare: essa trova origine nel fatto che coloro che si sono scagliati contro la Legge Fiano, e poi contro la proposta di eliminare l’iscrizione, concepiscano il ventennio fascista come un’epoca degna di gloria e nostalgie, piuttosto che come un capitolo doloroso e grondante di sangue nella nostra storia.

Adele Pittorru per MIfacciodiCultura

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