Il linguaggio è una particolarità tipica solo della nostra specie?

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Il linguaggio è una particolarità tipica solo della nostra specie?

La capacità di esprimerci e farci capire da altri esseri umani è forse una dei doni più sorprendenti che madre natura ci ha fatto. Un recente studio condotto da ricercatori dell’Eötvös Loránd University di Budapest sembra suggerire che cani ed esseri umani processino il linguaggio nello stesso modo: intonazione dall’emisfero destro e il testo vero e proprio dall’emisfero sinistro. Possiamo tuttavia affermare che i cani siano dotati di una capacità di linguaggio pari a quella umana? O quest’ultima è davvero solo una particolarità della nostra specie?

Molte altre specie hanno sviluppato sistemi di comunicazione estremamente efficienti e complessi, come nel caso di api, orche e delfini. Tutto ciò è decisamente impressionante, tuttavia è necessiario chiarire che, per quanto questi sistemi di comunicazione siano estremamente sviluppati, non si avvicinano neanche lontanamente ai complessi e sfaccettati ingranaggi linguistici umani. Nel corso del XX secolo, vari scienziati si sono dilettati in esperimenti di natura linguistica con lo scopo di insegnare ad alcuni animali una forma di linguaggio umano, sia verbale che non-verbale. Per la strettissima vicinanza a livello evolutivo, i primi esperimenti degli anni ’70 furono condotti sui primati.

Nim Chimpsky

Uno dei tentativi in assoluto più famosi è quello condotto da Herbert S. Terrace, professore alla Columbia University. Terrace creò questo esperimento con la speranza di poter contraddire Noam Chomsky, padre della linguistica generativa e agguerrito sostenitore della teoria del linguaggio come capacità propria solo dell’essere umano. Uomini e scimpanzé condividono il 98,7% del DNA, ergo Terrace e colleghi erano convinti che, con un’adeguata esposiozione a una lingua umana sin dalla nascita, uno scimpanzé dovvesse essere in grando di acquisire la lingua similmente ai bambini. Terrace e la sua compagna Stefanie Lafarge, adottarono quindi un neonato scimpanzé, battezzato Nim Chimpsky come ironica presa in giro, e lo crebbero come un figlio durante i suoi primi anni di vita. Nim fu esposto alla lingua dei segni americana (American Sign Language, ASL) per 44 mesi. I risultati furono tuttavia molto deludenti: dopo quasi quattro anni di sforzi, Nim riuscì ad imparare soltanto 125 segni.

Koko e il suo gattino

Un secondo importante esperimento fu condotto da Francine Patterson, ricercatrice in psicologia animale. Negli anni settanta, Patterson adottò una femmina di gorilla di nome Koko, con sui convive tutt’oggi e a cui cercò di insegnare una forma semplificata di ASL, da lei chiamata Gorilla Sign Language (GSL). I risultati ottenuti sono di gran lunga migliori di quelli di Nim: Koko arriva a comprendere circa 1000 segni. Inoltre Patterson non si limitò a comunicare con Koko in GSL, ma espose il gorilla anche all’inglese, il che la portò a comprendere circa 2000 parole. Le capacità di comprensione e produzione di Koko sono stupefacenti, senza dubbio. Esse si limitano, tuttavia, a sostantivi, verbi e frasi semplici quali “volere banana”, mentre la sintassi resta quasi inesistente.

Nim e Koko hanno dimostrato di essere in grado di acquisire una forma di linguaggio semplicistico e limitato che permette loro di comunicare necessità di base, quali fame o sete, e poco più. Nel corso di svariati anni, le loro capacità cognitive e linguistiche non hanno infatti permesso loro di padroneggiare neppure la sintassi più basilare, che nei bambini invece si sviluppa già nei primi anni di età. Ciò conferma la tesi a lungo sostenuta da Noam Chomsky, rinomato linguista e professore all’MIT, che, nonostante uomini e primati condividano gran parte del DNA, il linguaggio sia una propio dell’uomo e di nessun’altra specie.

Luisa Seguin per MIfacciodiCultura

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