George R. R. Martin, l’autore fantasy contemporaneo più amato (e odiato)

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George R. R. Martin, l’autore fantasy contemporaneo più amato (e odiato)

George R. R. Martin
George R. R. Martin

Oggi, 20 settembre, George R. R. Martin compie sessantanove anni. Tutti noi, fan accaniti dei suoi libri, gli auguriamo un felice compleanno, mentre un’attesa sempre più spasmodica ci sta consumando. Da anni, ormai. Fino a quando dovremo aspettare, caro Martin? Quello che infatti vorremmo chiederti, come già avrai intuito, è solamente questo: a quando il prossimo libro delle Cronache del ghiaccio e del fuoco (A Song of Ice and Fire)?

Cinque volumi pubblicati (da almeno mille pagine l’uno); più di sessanta milioni di copie vendute; una serie TV targata HBO vincitrice di 38 Emmy Awards – la serie più premiata di sempre. Alla faccia di chi ancora considera il fantasy come un genere minore. Non credo che siano necessarie presentazioni per l’ormai celeberrima saga di Martin, nota ai più con il titolo dell’adattamento televisivo: Game of Thrones.

booksUn’epopea fantastica iniziata nel 1991, quando George Raymond Richard Martin (nato a Bayonne, New Jersey) era già uno scrittore conosciuto nel circolo fantasy e fantascientifico, grazie soprattutto ai racconti brevi, pubblicati dall’inizio degli anni Settanta, che gli valsero due Premi Hugo, due Nebula e otto premi Locus. Negli anni Ottanta pubblicò alcuni romanzi, tra i quali si distingue Wild Cards, una serie di racconti e romanzi di fantascienza che ha per protagonisti dei supereroi appartenenti ad un universo condiviso, curata dallo stesso Martin insieme a Melinda M. Snodgrass. Nel 1986, Martin si trasferì ad Hollywood, dove lavorò come sceneggiatore di serie televisive, come Ai confini della realtà (The Twilight Zone) e La bella e la bestia (The Beauty and the Beast).

Ma è con A Song of Ice and Fire, il cui primo volume, A Game of Thrones (Il trono di spade, nell’edizione italiana) fu pubblicato nel 1996, che iniziò a ritagliarsi uno spazio all’interno del panorama fantasy mondiale. Ispirandosi ai grandi maestri della letteratura fantastica, tra cui J. R. R. Tolkien e H. P. Lovecraft, ma anche a vicende storiche, soprattutto la Guerra delle Due Rose (sarà un caso che i nomi delle casate Stark e Lannister ricordano, per assonanza, York e Lancaster?), Martin è stato in grado di coinvolgere una gamma di lettori (e, più recentemente, di spettatori) eterogenea, che si estende ben oltre gli amanti del fantasy “classico”. L’elemento magico e soprannaturale, che senz’altro riveste un ruolo (sempre più) importante all’interno dell’universo di Martin, non è la componente fondamentale ed esclusiva della storia, bensì ne è solo una parte. Le cronache di Martin sono sì un’epica saga ambientata in un mondo fittizio (Westeros, l’Occidente, ed Essos, l’Oriente), ancorato per lo più ad una società di stampo medievale (e in ciò si potrebbe ravvisare una somiglianza con Tolkien), ma l’atmosfera, l’attenzione ai dettagli – nonché il ruolo conferito alla violenza e alla sessualità – risultano incredibilmente realistici. A mio parere, la caratterizzazione dei personaggi ricopre un ruolo decisivo. Il confine tra bene e male non è mai netto; luci e ombre si stagliano in modo contraddittorio nell’anima di ogni personaggio, che così ci appare disperatamente umano. Anche chi non ama le creature fantastiche, allora, rimarrà incollato alle pagine – o allo schermo – per seguire le intricate vicende politiche, gli intrighi e le sanguinose lotte per la successione al trono, un trono che già di per sé è simbolo della precarietà del potere: il trono di spade.

A Game of Thrones
A Game of Thrones

È da quando abbiamo cominciato a divorare quelle pagine, che ci chiediamo come finirà questa storia e sempre più ci angosciamo all’idea che, forse, quel finale non lo leggeremo mai, anzi, sarà la serie TV ad anticiparlo, seppur seguendo un percorso ormai irrimediabilmente divergente. Eppure, forse, il messaggio di George R. R. Martin è chiaro, ed emerge in quei colpi di scena che costellano la trama sconcertando e disorientando continuamente il lettore, che sempre più avrà timore di proseguire la lettura. Valar morghulis, dicono in valyriano, la lingua inventata dall’autore: tutti devono morire. Ma, pur consapevoli di questa inevitabile condizione che colpisce l’umanità, non potremo fare a meno di andare avanti, e di aspettare trepidamente l’arrivo dell’ultimo capitolo.

Lorena Alessandrini per MIfacciodiCultura

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