Italo Calvino e quel Marcovaldo che c’è in ognuno di noi

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Italo Calvino nasceva il 15 ottobre 1923 a Santiago de Las Vegas de La Habana.

Intanto, gli altoparlanti diffondevano musichette allegre: i consumatori ne seguivano il ritmo e, al momento giusto, allungavano il braccio, prendevano un prodotto e lo posavano nel loro cestino.

italo calvinoQuesta frase, mi rendo conto, per chiunque è senza senso: è un mio personalissimo ricordo del passato, di quel giorno in cui incontrai Italo Calvino per la prima volta.

Ovviamente no, non ho mai conosciuto Calvino di persona: ma tutti abbiamo quel momento in cui, per la prima volta, incontriamo un grande classico. Tutti noi abbiamo avuto un primo incontro con quale autore: chi si ricorda la prima volta che ha letto un verso dantesco? Io credo di aver incontrato Dante e Calvino all’incirca nello stesso periodo: le scuole medie.

Lo so, ancora state cercando di capire cosa c’entri tutto questo con una citazione diretta dal mio passato: ebbene, perché all’età di 12 anni circa, senza accorgermene, misi in scena uno spettacolo tratto da Marcovaldo. Peccato che, ai tempi, non avessi la più pallida idea di quale fosse la sua origine letteraria.

Devo ammetterlo: di tanti difetti che aveva il mio istituto, nonostante tutto, abbiamo sempre avuto un laboratorio teatrale, anche quando i soldi scarseggiavano. Alle elementari, anche qui nella più totale inconsapevolezza, facemmo una rivisitazione del Guglielmo Tell. Con le musiche registrate, ovviamente: nessuno si aspettava da dei pargoletti di quinta elementare un musical.

Marcovaldo entrò così, nella mia vita: in sordina e a mia insaputa. Interpretammo alcune sue storie: per chi un po’ conosce le vicende del povero operaio, forse capirà ora la mia citazione iniziale. È l’episodio in cui Marcovaldo si reca al supermercato con la su famiglia ma, in quanto poveri in canna, si limitano a osservare gli altri fare spesa. Ad un certo punto però, presi da questa frenesia consumistica del carrello pieno, si mettono a riempire il loro: il problema è che, quando il negozio sta per chiudere, non hanno tempo di rimettere le cose al loro posto ma nemmeno possono permettersi di pagare la merce. Alla fine, in trappola, spingono carrello e contenuto giú da una gru all’esterno dal centro commerciale.

marcovaldo11Sinceramente, non ricordo con quale espediente abbiamo messo in scena la fine della storia: credo ci fossimo messi tutti in fila passandoci un finto cestino della spesa.

Sta di fatto che ora che ho qualche anno in più e ho fatto in tempo a prendere una laurea, ricordo ancora quella frasetta. E ricordo che lo spettacolo, già allora, mi lasciò con uno strano sentimento di malinconia e tristezza. Avevamo anche altri episodi, oltre quello del supermercato, ma non li ricordo benissimo. Ma la sensazione sì, quella mi è rimasta.

La vita di Marcovaldo, comunque, mi era già chiaro allora che non fosse facile: un lavoro ripetitivo non ben identificato, che mi ha sempre ricordato quello del papà di Charlie ne La fabbrica di cioccolato di Roald Dahl -altra lettura del mio periodo alle medie- che avvitava i tappi dei tubetti di dentifricio.
Ma il protagonista di Italo Calvino, oltre a fare un lavoro in ditta sicuramente poco realizzante, è anche povero: fa fatica a portare avanti la sua famiglia con moglie e due figli a carico. Inoltre, è incatenato nella città in cui vive (in cui molti hanno voluto rivedere Torino): Marcovaldo sogna il verde, i prati, il mare, la fuga. Tutto sarebbe meglio che vivere nel grigio della città.

Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto.

È anche un tipo non esattamente fortunato, su cui la sorte spesso si accanisce e, anche quando ottiene qualche vittoria, è fugace. È sicuramente un personaggio di fantozziana memoria anche se, senza dubbio, sicuramente è stato Calvino a influenzare Villaggio, nel caso, e non viceversa.

Per me questo nostro autore è rimasto una frasetta ricordata a memoria, una sensazione strana e tanti enigmi.

Sicuramente, ai tempi, i maestri scelsero questo testo perché, alla base, ha una struttura fiabesca: sono piccole storie, a volte più simpatiche di altre, che raccontano le sventure di un poveruomo spesso bistrattato anche dalla sua stessa famiglia. Lessi il libro, a quell’età: ed effettivamente, anche se ricordo che non mi piacque, non vi fu niente che mi inquietò più di tanto.

Riletto e riguardato anni dopo, mi sono resa conto delle grandi metafore nascoste dietro a semplici racconti: l’uomo che cerca la natura, segregato nella città e nella fabbrica; una famiglia un po’ strana che non sembra rispettare pienamente il capofamiglia; l’uomo moderno alienato, alienazione che passa per il lavoro ripetitivo e la vita che si accanisce su di lui.

italo calvinoItalo Calvino ha scritto molto altro, ovviamente, passando per romanzi, testi teatrali e pezzi giornalistici: era un uomo attivo politicamente, abbastanza anarchico, pieno di riflessioni. La sua produzione è sconfinata, oserei dire. Vittorio Sgarbi, quando nessuno scelse Calvino alla maturità, disse che era un personaggio sopravvalutato della nostra letteratura.

Non credo, sinceramente, che un autore che riuscì a suggerirmi, anche se ancora non potevo i vari livelli interpretativi delle sue opere, l’inquietudine e la tristezza del mondo d’oggi sia così mediocre.

Il 19 settembre 1985, Calvino moriva dopo una dolorosa malattia: per me, resterà sempre colui che mi fece conoscere Marcovaldo, facendomi capire tante cose della vita prima ancora che avessi la capacità di coglierle.

Non c’era tafano sul dorso d’un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola, buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che Marcovaldo non notasse, e non facesse oggetto di ragionamento, scoprendo i mutamenti della stagione, i desideri del suo animo, e le miserie della sua esistenza.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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