#COGITOERGOSUM – Hate speech: educare alla non violenza verbale sul web

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#COGITOERGOSUM – Hate speech: educare alla non violenza verbale sul web

La violenza e l’odio verso l’altro, così innervati nella corrente crisi di umanità occidentale, non si esprimono solo nel gesto estremo dell’atto fisico: esso ha infatti un abbondante retroterra, un fertile humus in cui affonda le radici e a partire dal quale, innaffiato dal populismo dilagante, cresce progressivamente.

C’è un vero discrimine tra la violenza verbale e quella fisica, o piuttosto sono due facce della stessa medaglia? A ben guardare, mentre tutta l’attenzione dei media viene posta sugli atti violenti fisici compiuti, si presta ben poco scrupolo all’analisi dei fattori scatenanti quei gesti così tremendi e apparentemente incomprensibili. La diffusione a macchia d’olio dell’hate speech, si è ancor più radicalizzata nell’epoca della web society, tanto che una ricerca condotta questo stesso anno dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo su 6000 adolescenti rivela percentuali impressionanti: circa il 40,2% degli intervistati riporta di aver letto o ascoltato discorsi violenti; un dato allarmante se si considera la portata che la violenza verbale ha nella genesi di episodi di cyberbullismo e induzione al suicidio.

Il tono del linguaggio merita di essere al centro di ricerche e sensibilizzazione, soprattutto presso i giovani “naviganti”, in virtù della sua potenza e pericolosità: esso, come la scuola psicoanalitica ci insegna è un oceano nebuloso di contenuti simbolici ad alto rischio di infiammazione; così se da un lato il parlare violento mette al riparo dall’azione scellerata, dall’altro, con l’acting out teorizzato da Lacan sin dai seminari degli anni ’50, esso può preparare il trapasso verso il crimine fisico. Un gesto violento non è mai casuale, è invece sempre l’espressione dei vissuti emotivi conflittuali del proprio autore in forma di agito piuttosto che di parlato: una scarica energetica che si trasforma in non controllabile e pervade il soggetto che, all’occhio dei benpensanti, diviene folle e scellerato, pur essendo in verità più umano che mai.

Jacques Lacan (1901-1981)

Sul tema, nei giorni passati, da Assisi si è espresso anche il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli, a riprova del fatto che la riflessione su questa equivocità del parlare è un punto nodale per lo sviluppo e la creazione di una società più stabile e meno delirante. Per una volta sarà il linguaggio, comportandosi da vero psicanalista, a portare i ricercatori   verso i sentieri dei meandri della mente umana, tenendo ben presente che ciascuna cogitazione sul parlato è più complessa che ogni altra di ambito diverso in quanto è sempre fatta a partire dal linguaggio stesso, senza via alternativa: l’uomo è intriso di parola e alla luce di ciò fatica a scavare sotto di essa e a raggiungerne il cuore pulsante e la logica di funzionamento.

In altre parole, non c’è strumento di ricerca sul linguaggio se non il parlare!

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

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