D’amore si muore. Ma io no, non muoio per te

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D’amore si muore. Ma io no, non muoio per te

Non è vero che d’amore non si muore, come diceva una vecchia canzone che parlava di cuori spezzati e rose rosse. D’amore si muore. E a morire sono soprattutto le donne quando soccombono alla ferocia inaudita dei loro uomini, eppure continuano a chiamarla “amore”.

È l’abbaglio di un amore di latta, che si accartoccia tutto su se stesso quando cominciano ad arrivare i pugni e i calci, le botte fin dentro al cuore, i lividi sulla pelle impressi come marchi di proprietà.

Tremano, le gambe delle donne che subiscono violenza per mano dei loro uomini. E tremano due volte – per amore e per paura. Perché dalla paura queste donne si difendono con la bugia di un amore che non c’è, e nell’inganno di questa bugia vivono – fino a morirci dentro. Questa è la loro trappola.

Non morire per me è il titolo scelto dall’ONG peruviana Vida Mujer per una raccolta di messaggi – venticinque tra e-mail, lettere ed SMS – in cui un gruppo di uomini chiede scusa alla propria donna dopo un episodio di violenza e la persuade a riprendere la loro relazione. È un libro scritto con caratteri adagiati su pagine bianche e nere per restituirci l’ambivalenza atroce di storie che mescolano amore e violenza.

Orsola Randi ce ne parla in un articolo su The Post Internazionale – Le lettere di scuse degli uomini violenti, che contiene anche alcuni stralci degli scritti, dove la frattura che c’è tra la potenza delle parole e i fatti che sono seguiti lascia un senso cupo di rabbia e di amarezza.

«Giuro che non accadrà più, tu sei l’amore della mia vita, è tutta colpa mia. Perdonami». Ma Raquel non c’è più. È morta tremando sulle sue gambe, stritolata dalla bugia d’amore che lei stessa aveva creato.

«Amore mio, perdonami per la notte scorsa, sono follemente innamorato di te. Sogno di crescere insieme i nostri figli e io non voglio che questo sogno non si avveri per un errore. A volte mi comporto come un pazzo, ma credimi che non è un comportamento volontario, l’unica cosa che voglio è stare con te per sempre». Brenda non ha più la funzionalità di un braccio. L’uomo che sognava di crescere insieme a lei i suoi figli le ha sparato quattro volte, ed è solo un miracolo se è ancora viva.

Non morire per me.

«Non morire per me» non ce lo diranno mai gli uomini che ci picchiano, che ci gonfiano di botte o che ci danno anche un solo schiaffo perché quel rossetto è troppo rosso o quella gonna troppo corta. Non ce lo diranno mai, mettiamocelo bene in testa. Loro ci diranno che ci amano, che senza di noi non possono vivere, che è stato solo un errore, forse l’eccesso di rabbia di un momento, e ci chiederanno perdono in lacrime o in ginocchio, magari con un mazzo di rose rosse tra le mani – proprio come quella vecchia canzone d’atri tempi.

«Non morire per me», è una frase d’amore. Ma non ce la diranno mai gli uomini che ci picchiano, perché loro non ci amano. Ed è per questo che non ci lasceranno mai andare via ma ci chiederanno sempre di tornare, e di tornare a morire.

No, non ci illudiamo. Non saranno gli uomini che ci picchiano a salvarci dalla loro stessa violenza. Ma siamo noi che dobbiamo salvarci da loro. E dobbiamo imparare a dire di NO. Perché non siamo noi a dover provare vergogna mentre nascondiamo i lividi sotto le calze. Perché non c’è nessun uomo al mondo per cui valga la pena di morire che non sia nostro figlio. Perché tutto questo dolore può bastare, e siamo noi a meritarci il premio di una seconda possibilità. Perché noi vogliamo vivere, e non morire.

E allora ce la possiamo fare a sgretolare quella bugia d’amore che noi stesse abbiamo creato, prima che ci strangoli. E ripartire. E ricominciare, ad esempio dalle parole, dalla semantica e dai loro significati.

Un pugno NON è un bacio. Uno schiaffo NON è una carezza. Un insulto NON è una prova d’affetto.

I pugni, gli schiaffi, gli insulti NON sono amoreHanno una parola ben precisa che le tiene insieme, e si chiama violenza.

C’è ancora una speranza quando pensiamo che solo un uomo può prenderci a calci, ed è nostro figlio quando lo portiamo in grembo. C’è ancora una speranza se ai nostri figli maschi insegneremo che le donne non si toccano nemmeno con un fiore, perché così avremo aiutato le donne di domani, quelle che dei nostri figli saranno mogli, fidanzate o compagne.

Ma oggi no, oggi potrebbe essere tardi. E se è oggi che un uomo ci picchia, la nostra salvezza dipende solo da noi. E dal coraggio che avremo nel dire di NO.

No, io non muoio per te.

Antonella Fumarola per MIfacciodiCultura

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