#1B1W – “Ognuno potrebbe”, ma anche no…

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#1B1W – Ognuno potrebbe, ma anche no…

Michele Serra

Ognuno potrebbe, ma anche no… direbbe una lingua intrisa di slang giovanile. Una formula, “ma anche no”, che mi aiuta a far riferimento al binomio ipotesi-impotenza che si innerva nell’individualità odierna  mal celata nella massa perché pur sempre intrisa dell’idea di emergere, ma solo emulando standard consolidati, mode virali e dictat da social network, che non renda l’atto troppo rivoluzionario. Mi riferisco a quella banda di schiavi dell’egofono, neologismo per indicare i cellulari di ultima generazione coniato dal giornalista e scrittore Michele Serra, autore del romanzo Ognuno potrebbe.  «Un affresco feroce della realtà»,  secondo le parole di Bruno Gambarotta su “La Stampa”,  dal quale parte il viaggio per l’approdo a questi lidi riflessivi.

La parola io è diventata un’ossessione ed il protagonista del libro, Giulio, non lo sopporta, soprattutto perchè non ne comprende la ragione. S’interroga costantemente sul suo passato, sul suo presente e sul suo futuro: crede di essere lui il «disadattato», magari di essere un «rompiballe stabile», così come lo definisce la sua bellissima fidanzata Agnese. S’interroga e lo fa sulle questione più semplici, come a che servano le rotonde che continuano a spuntare come funghi, o sul perchè gli sia così difficile vendere il capannone di suo padre, grande ebanista ormai morto. Il punto è che non trova molte delle risposte di cui sente bisogno, in particolare ripensando alla sua attività di ricercatore universitario che cataloga le reazioni dei giocatori di calcio al momento del goal, per studiare antropologicamente l’evoluzione dell’esultanza e le sue «costanti» o  i suoi «atteggiamenti devianti».

In realtà antropologica è la visione che permea tutto il racconto. Giulio, dalla penna di Serra, viene fuori come un emblema per porre questioni di “smarrimento”, per così dire, vissute ad ampio raggio, da molte più persone che, spesso, hanno la sensazione di affogare nella dimensione sociale che si va via via consolidando in cui tutti hanno sempre qualcosa da dire, quasi su tutto. Una dimensione sociale, in cui tutti sembrano lavorare come affannati pubblicitari sul brand del loro nome grazie alle vetrine dei social, dove “sentirsi” via mail o telefonicamente è più facile che farlo davvero, nell’unico modo realmente possibile di “sentire” l’altro, ovvero dal vivo.

Giulio si sente come la nota stonata del pentagramma di una musica che sembra perfettamente orchestrata affinché ogni virgola componga uno spartito destinato a ripetersi come un ritornello in giorni che si somigliano sempre di più, in vite che sembrano sempre più speculari, in un movimento concentrico che impegna apparentemente tutti in un continuum che non ha quasi nulla di lineare, quindi né di prospettico, figuriamoci di evolutivo.

La stoicità della professoressa Oriana, il personaggio della speranza di Ognuno potrebbe, è l’uncia in grado di ricondurre il protagonista di fugaci attimi di solidarietà e di realtà, dalla quale invece lo impegna a fuggire Agnese, che nel «pentagramma futuristico social» pare suonarci molto bene. D’altro canto lui è un miracolo, nato com’era in tarda età per una madre cinquantenne ed un padre, silenziosissimo, anche più grande: un motivo dovrà pur giustificare la sua presenza sulla faccia della Terra! Che sia solo da trovare?

Ed è una ricerca faticosa che non porta spesso risultati, se non quando in alcuni sprazzi è nell’idea di poter cambiare il flusso fatale sociale, anche se poi la domanda che sorge è un’altra: come?

Così nelle vicende di Giulio torna e ritorna un “cinghiale”: un animale selvatico, dalle zanne acuminate, feroce e, per certi versi, spaventoso. Nella mitologia greca incarna tutto questo e chissà se quello di Serra è il “cinghiale di Calidone”, antagonista di grandi eroi, o quello di “Erimato” poderoso e ferocissimo esemplare suide che terrorizzava tutta la regione dove viveva.

La copertina del libro di Serra

Credo che in verità quel “cinghiale” sia probabilmente la rappresentazione di una paura indomabile per Giulio, partorita dal suo disagio e dai suoi punti interrogativi. In effetti, nel sogno che pesca dal mito le decifrazioni più aderenti, l’animale primordiale e selvatico della foresta incarna il simbolo della voracità, della lussuria, e anche dell’ignoranza, della brutalità e della violenza. Tutta una serie di cause ed effetti che indubbiamente tipicizzano l’atteggiamento dei nuovi “animali sociali”, dei nuovi “uomini”, da cui Giulio è molto distante, e comunque continua a tenersi molto distante. Certo il “cinghiale” è anche autorità spirituale, abbondanza, vitalità, forse, quella che Giulio vorrebbe saldamente contrapporre al nichilismo del mondo che non gli piace.

Ad ogni modo, nonostante il finale reticente, non sono portata a credere che il Giulio di Serra risponda a molti di questi interrogativi. D’altro canto «Squarzoni  ( l’artigiano collega del padre, ultimo ricordo di quella figura genitoriale precocemente scomparsa e ultimo baluardo di una tradizione che pare aver a che fare più con la vita, che con il lavoro!) spegne il tornio», ma chissà se lui vende ai cinesi.

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura

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