“Ragazzo morso da un ramarro”: quando Caravaggio si ispirò a Sofonisba

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Che Caravaggio sia uno dei più grandi artisti della Storia dell’uomo è un dato di fatto e non ringrazieremo mai abbastanza lo storico dell’arte Roberto Longhi per il suo solerte e approfondito lavoro di ricerca e promozione che portò alla rivalutazione dell’artista negli anni ’50. Michelangelo Merisi è amato dagli esperti come dagli appassionati d’arte tanto per la sua vita tumultuosa e misteriosa, quanto per la sua pittura capace di sublimare il vero e rendere perfetto l’umano, inteso non come privo di difetti ma sincero e coinvolgente. Una delle tante prove dell’infinita abilità dell’artista è sicuramente Ragazzo morso da un ramarro: osservandolo, quasi indietreggiamo anche coi con un balzo come il giovane ritratto, immedesimandoci in quel dolore improvviso. Ma da cosa trasse ispirazione il Caravaggio per la realizzazione dell’opera? Andiamo con ordine.

Dettaglio

Dell’opera esistono due versioni e svariate copie: la prima risale circa al 1596 e si trova oggi presso la Fondazione Longhi a Firenze, mentre l’altra, di poco successiva, è alla National Gallery di Londra. Per chi l’artista realizzò il quadro? In quale occasione? Chi lo acquisterà poi? Secondo alcune fonti, Caravaggio dipinse  Ragazzo morso da un ramarro dopo aver lasciato la bottega di quel Cavalier D’Arpino che lo aveva formato in un tentativo di realizzare un’opera “indipendente”, mentre era da poco entrato nelle grazie del cardinale Francesco Maria del Monte, noto per essere amante dell’arte come delle feste sfarzose.

Sulla simbologia del quadro ancora si discute e molte delle interpretazioni vengono spesso bollate come azzardate: l’aspetto effeminato del giovane ha lasciato largo spazio ad ipotesi legate alle feste del vescovo, alle quali pare vi partecipassero molti ragazzi en travesti, ma qualcuno in questo quadro (probabile autoritratto) ha voluto vedere le gioie della carne punite prontamente dalla natura rappresentata dal ramarro, una punizione contro quel giovane lascivo circondato da fiori, ciascuno col suo significato preciso. Ma ogni dettaglio così curato dell’opera sembra paradossalmente essere funzionale al non distrarre lo spettatore dal fulcro del dipinto: la smorfia del protagonista. Caravaggio assorbe la pittura lombarda e i suoi principi, guarda avidamente alle caricature di Leonardo su tutti, le studia come studia le espressioni umane, le reazioni, la dinamicità del volto umano.

Eccolo il morso dell’arte: Caravaggio esprime tutta la sua bravura non solo nella tecnica pittorica ma soprattutto nel saper cogliere lo spirito umano, e pennellata dopo pennellata lo rende quadro, mordendo anche noi. Quello sguardo contrito e quella bocca semiaperta ci restituiscono tutto lo sgomento di chi prova un dolore inaspettato e dal quale non può difendersi, e pure chi guarda non può esimersi dal riconoscersi in quella smorfia bloccata in un attimo, proprio come in una fotografia.

Dicevamo dei dettagli: probabilmente a conoscenza degli studi del Lomazzo, osserviamo la puntualità con cui la luce, che proviene una fonte esterna, colpisce il protagonista come la boccia dell’acqua, dove i riflessi e i gambi dei fiori deformati sono una verità assoluta, mentre il raggio luminoso ci restituisce il chiaroscuro delle rughe del volto, della spalla nuda e languida, della mano che si contrae.

E se nella letteratura il morso del ramarro è un elemento ricorrente, a chi si ispirò Caravaggio per la realizzazione di questo quadro? Chi suggerì tale soggetto? Ebbene, una donna: nel 1555 ca. Sofonisba Anguissola realizza Fanciullo morso da un gambero. L’artista, la quale aveva avuto l’accesso allo studio della pittura ma non della matematica e della prospettiva, grazie al sostegno paterno realizzò oltre che diversi ritratti anche studi sulle espressioni umane, memore anch’ella dei disegni di Leonardo: il padre, Amilcare Anguissola, spedì alcuni lavori della figlia a Michelangelo Buonarroti, il quale ne notò il talento, tra cui quel disegno sollecitato proprio dal genio toscano che ritraeva Asdrubale, il fratellino di Sofonisba, piangente dopo esser stato morso da un gambero, quindi prontamente consolato da un’altra sorella, Europa. Come fece Michelangelo Merisi, che molto stimava quel precedente Michelangelo che gli aveva “rubato” il nome d’arte, ad entrare in contatto col disegno? Che l’abbia visto studiando gli archivi del Buonarroti? Che ne abbia vista una copia?

Fanciullo morso da un gambero

Si perde nelle supposizioni il perché Caravaggio abbia realizzato Ragazzo morso da un ramarro, quale fosse il messaggio dell’opera nonché il destinatario, ma ciò che ci rimane è una testimonianza di cosa ha saputo fare il Merisi, come ha saputo comprendere, elaborare e restituirci il dolore e l’orrore che prova l’uomo, sentimenti che esploderanno nella Medusa, sconvolta ancora di più e terribilmente reale.

Ragazzo morso da un ramarro è forse il manifesto dell’arte del Caravaggio: dettagliata, teatrale, misteriosa, ma anche umana, empatica e coinvolgente, capace di unire alla ricerca tecnica l’indagine psicologica, il rigore della perfezione ad una componente irrazionale, incomprensibile ed inimitabile che era prettamente personale dell’artista, geniale nel suo essere uomo, nel bene e nel male.

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

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