I Grandi Classici – “Viaggio al termine della notte”, l’Odissea-Inferno di Céline

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Viaggiare, viaggiare fisicamente, richiede molte qualità, oppure molto denaro, ma non è il nostro caso, e neppure quello di Ferdinand Bardamu, e quindi sì, viaggiare richiede molte qualità, tra le quali incoscienza, forza d’animo, curiosità, diffidenza, fiducia: le stesse qualità che richiede l’affrontare un altro viaggio, quello della lettura, a maggior ragione se il viaggio appare sin dall’inizio arduo ed irto di problemi e difficoltà ed imprevisti, quale quello che tocca a chi apre Viaggio al termine della notte, di Louis-Ferdinand Céline.

Viaggio al termine della notte, l'Odissea-Inferno di Céline
Un’immagine di Céline

Che si presenta bene, oppure no, con questo titolo seducente, affascinante, che ingenera subito il sospetto che sia tutto qui, noi scottati dall’acqua calda di tanti titoli sexy, una Inconfondibile tristezza della torta al limone, una fannieflaggata, che sotto il vestito noi ci sia niente e che quel niente non sia affatto una bella sorpresa. Pare una scrittura difficile ed una lettura ardua, con questo registro parlato che pare forzoso, con questo livello medio-basso, queste gergalità, questo argot che è un po’ slang e un po’ grammelot, questo uso della punteggiatura estemporaneo che pare esclusivamente fonetico, perbacco!, e che non dovrebbe esserlo. E ci dispone male la trivialità, il nichilismo che pare esibizionismo da osteria, anzi da bistrot, partono paragoni improvvidi col fronte occidentale che ci cattura per la sua crudezza realistica a fronte di uno sproloquio gordiano che pare irridere il dramma della Grande Guerra.

Va tenuto duro, questo Viaggio al termine della notte, van date ali al folle volo di Louis Ferdinand Auguste Destouches, che prese lo pseudonimo dalla nonna materna, tutto ellissi ed iperboli, geometricamente analitico della follia umana, nato “per dare scandalo” che con prese di posizione antisemite che gli causarono ostracismo, ma parliamo della WW2, mentre il Viaggio al termine della notte, pubblicato nel 1932, a forte sfondo autobiografico, parla della WW1, e poi dell’Africa coloniale, e poi dell’America dai prodromi fordisti, parla di una borghesia piccola piccola, talmente piccola da sfiorare la piccola delinquenza, e poi della Grande Mela che doveva ancora scoprire il germe conclamato della propria solitudine in mezzo alla folla. Per finire, Viaggio al termine della notte parla ancora di Parigi, una Parigi di banlieue degradate in cui opera come medico, dove il problema sanitario è urgente e dove, se la miseria morale è peggiore di quella economica, anche la salute mentale (collettiva ed individuale) è assai più a rischio di quella più strettamente fisica.

Charles Bukowski, grande estimatore di Céline

Viaggio al termine della notte è un lucido delirio e una delirante analisi logica, è insieme realismo sporco e visionarietà: non a caso, il buon Charles Hank Bukowski lo elesse a proprio nume tutelare, non a caso lo possiamo porre tra gli ispiratori della Beat Generation, non a caso ci ricorda, a tratti, nella parte finale che tocca la tematica del manicomio, quel capolavoro psichedelico che è Qualcuno volò sul nudo del cuculo di Ken Kesey – ma viene citato dagli autori più disparati, da Kurt Vonnegut a Giorgio Gaber. Possiamo sprecarci in definizioni dettagliate, di Viaggio al termine della notte: nichilistico, cupo, irridente, modernista, espressionista ed esistenzialista, irrevocabilmente pessimista nei confronti della natura dell’essere umano, un viaggio conradiano anche, ché al termine della notte possiamo trovare solo un cuore di tenebra, in Africa o nel degrado di una periferia. Viaggio al termine della notte è, insieme, Odissea e Inferno.

Possiamo spenderci ben poco, invece, sulla trama, anche perché il materiale estremamente eterogeneo è tenuto insieme solo da un tenue, sottilissimo fil rouge costituito dagli incontri con un personaggio che compare alla bisogna, Robinson: per il resto, è affresco, Viaggio al termine della notte, tra un attacco ed una critica feroce, è stato anche giustamente individuato come una delle opere che meglio rappresenta lo spirito del Novecento, il primo secolo in cui l’endemica abiezione umana, da malformazione da tener celata (con l’eccezione di De Sade, forse) si appresta a diventare spettacolo ed esibizione ostentata addirittura, fonte di divertimento grottesco come uno show di freaks, una Corte dei Miracoli su scala a temporale e mondiale.

Ve lo dico io, gentucola, coglioni della vita, bastonati, derubati, sudati da sempre, vi avverto, quando i grandi di questo mondo si mettono ad amarvi, è che vogliono ridurvi in salsicce da battaglia… È il segnale… È infallibile. È con l’amore che comincia.

Il degrado morale, l’ospedale psichiatrico

È evidente che il destino dell’anarchico Cèline sia quello di suscitare grandi passioni e odi veementi: meno evidente, ma non per questo meno vero, è che gran parte dell’avversione che può suscitare la lettura di Céline è che va in direzione ostinata e contraria all’ossimorico raggiungimento di quel nirvana fatto di atarassia che è in realtà l’obiettivo di incoscienza che desidera raggiungere chi, specialmente attraverso la cultura, ha raggiunto la coscienza.

Céline, insomma, ci dice a forza quello che quasi nessuno di noi sopporta di sentirsi dire, e che Paolo Sorrentino ha usato come epigrafe finale per la sua Grande Bellezza:

Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario: ecco la sua forza, va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose: è tutto inventato.

Panta rei, tutto scorre, le trincee e le violenze, la prostituzione e gli affetti bruciati, la miseria e la ricchezza e la follia: tanto, non è vero niente.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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