“Dunkirk” e l’esaltazione di Christopher Nolan

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Dunkirk e l’esaltazione di Christopher Nolan

Quando esce un film di Nolan bisogna parlarne, volente o nolente. Quantomeno per reagire alle folle di commentatori che, visionato già solo il trailer, gridano all’esperienza sensoriale sublime e senza precedenti.
Sarebbe snob e ripetitivo dire “Nolan è sopravvalutato”, ma lascia perplessi vedere il tripudio di fronte a Dunkirk, e ricordarsi, ad esempio, di un Hacksaw Ridge, constatando che, nonostante il successo di Mel Gibson e benché le due pellicole si assestino per qualità su livelli non dissimili, quando c’è il nome Nolan sembra si debba trattare di un evento epocale che cambierà il cinema. Certo, Nolan porta in sala un pubblico che si scomoderebbe giusto per Transformers; e lo porta a vedere un cinema superiore, stavolta di un genere pure poco frequentato. Il regista ha personalizzato il blockbuster, mascherandolo e dandogli quell’aura di serietà (spesso esagerata e fuori contesto, come in Batman), che lo ritempra agli occhi di un pubblico altrimenti stufo. “Mai visto nulla di simile, quanto mi sento intelligente“.
Temi interessanti, trame articolate, ritmi tesi, uso massiccio del flash-back, montaggio parallelo, la musica di Hans Zimmer che incalza, le battute a effetto. Nolan mescola questi elementi con maestria. E ha realizzato un Batman a tinte seriose: il pubblico vedeva un supereroe sentendosi adulto, in un clima di drammaticità, di seriosità adolescenziale. Questi, in sostanza, gli ingredienti del successo di Nolan.

Tralasciamo la visione, la sfumatura ideologica che fa capolino nei suoi film al pubblico importa meno, eppure passa.
Ora, Dunkirk è un bel film. Voglio dirlo chiaramente: un bel film. Stop, cautela.
Cosa funziona? La potenza visiva e acustica: lo spettatore è gettato nella situazione, può concepire l’essere parte di una massa di soldati in trappola sotto i bombardamenti.

Cristopher Nolan (1970)

L’impianto della trama: non una storia contornata e definita, non dei personaggi, non dei nomi, ma un coro di volti e di voci, ammutolite o urlanti. Ciò che di solito è una carenza di Nolan, cioè la scarsa caratterizzazione dei personaggi, qui diventa un ingrediente eccellente. L’anonimato dei personaggi , ben più che l’approfondimento, aiuta a entrare nello schermo. Non ci si immedesima, li si affianca. A maggior ragione se i nazisti non vengono mostrati. Nemmeno li si nomina. “Il nemico” è la minaccia incombente. Il terrore non viene dai tedeschi, ma dal suono lancinante dei cacciabombardieri. E poi abbiamo l’ossessione di Nolan, l’intreccio di piani temporali. Perché farlo qui? Perché sezionare il film in tre spezzoni sfasati? La scelta è efficace in tal senso: ciò che sarebbe diacronico, la vicenda da ripercorrere, è condensato in una sorta di sincronia. Guerra, violenza, panico: spostarsi repentinamente da un piano all’altro rende il tutto unitario, coglie l’evento.

Cosa non mi è piaciuto? Poteva puntare all’esistenziale, all’orrore, ma si risolve, tradendo l’anonimato e mettendo la politica in primo piano, in un’asciuttezza emotiva che fa da tappeto alla retorica della fratellanza e del discorso patriottico. Musica, montaggio parallelo, e avanti con la suggestione, con quel senso di immensità e di profondità fasulle astutamente confezionate per farti dire: capolavoro intramontabile.
No, Dunkirk è un bel film.

Michele Gallone per MIfacciodiCultura

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