I tranelli dell’amore cantato, o del fraintendimento amoroso in musica

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Il sesso senza amore è un’esperienza vuota e degradante. Ma tra le esperienze vuote e degradanti, è una delle migliori che si possa fare.

I tranelli dell'amore cantato, o del fraintendimento amoroso in musicaA giudicare del testo, ci permettiamo di pensare che Gino Paoli sia d’accordo con il soprastante aforisma di Woody Allen: ci riferiamo alla celeberrima Il Cielo In Una Stanza, che ha fatto innamorare e/o giungere al quorum stuoli di giovani, complici gli alberi infiniti al posto delle pareti, questo starsene abbandonati assieme come se non ci fosse più niente al mondo. Per tacer dell’organo che vibra per te e per me, ma soprattutto per me: deduzione, questa, lecita almeno da quando lo stesso Paoli ha rivelato che il famoso soffitto viola che non esisteva più nell’estasi d’amore – altro elemento innamorante – era il soffitto di una stanza di una casa chiusa (alla faccia dei muri che scomparivano e dei soffitti che non esistevano, che nemmeno David Copperfield…).
Certo, la poesia si annida nei posti più impensati o, come cantano i Pooh, l’amore a volte fa un giro strano: ma in sé, quella che pareva una canzone all’apoteosi del romanticismo è in realtà un inno al sesso a pagamento (che ne penseranno Gasparri e Giovanardi? – cui va il mio sentito ringraziamento perché almeno diversifico la minestra-Salvini, anche se per la mia rabbia enorme mi servirebbero giganti anziché nani da giardino).

Diffidate, gente, diffidate, diciamo parafrasando una vecchia reclame. Il mondo della canzone è foriero di colossali equivoci, favoriti da una pletora di situazioni: come quello del prete, che sta facendo il giro del web, che celebra un matrimonio cantando in prima persona la meravigliosa ma assai poco ecclesiastica Hallelujah del recentemente scomparso Leonard Cohen (altra vittima di questo 2016 deleterio per l’arte), che nel testo originale contiene intere strofe di riferimenti sessuali non poco espliciti e assai poco matrimoniali (e pure un po’ sadomaso).
Però, si sa: tanto linguisticamente anglofili siamo, tanto poco mastichiamo davvero la lingua d’oltremanica, ed esempio ne sia il fatto che a suo tempo v’erano torme di geniacci che credevano fermamente che Born in The USA fosse un inno all’America anziché una critica feroce. Per le canzoni italiane, invece, non v’è scusa che tenga (sì, ok, siamo al 60% analfabeti funzionali e al 90% stupidi): il fraintendimento generale è dovuto alla mancanza di pensiero da un lato e ad una sindrome da autorevolezza dall’altro, ossia alla sorta di timore reverenziale che coglie quando il cantante/paroliere è di chiara fama e ammantato dell’aura di romantico tout court.

I tranelli dell'amore cantato, o del fraintendimento amoroso in musicaEsempio preclaro, il famigerato duo Battisti/Mogol che costituisce un’accoppiata tra le più maschiliste che la storia ricordi, sotto il segno della mai sufficiente purezza della donna angelicata. Si veda, al riguardo, Acqua azzurra, acqua chiara ma anche Con il nastro rosa del solo Battisti: quest’ultima, in pieno spirito da discount dove i sentimenti sono messi in freezer e la scelta della compagna viene fatta con il trasporto emotivo con cui si compra la macinata per le polpette. Rimarchevole però è soprattutto lo spirito giudicante, di piena superiorità morale: la donna deve essere chiara e trasparente, altrimenti l’uomo verosimilmente si contamina. Atteggiamento analogo al Nastro Rosa lo troviamo ad esempio in Il Futuro è un’ipotesi di Enrico Ruggeri dove il “poeta” ha un animo talmente sublime da venire turbato persino dal fatto che la poveraccia di turno si mangia un panino in un autogrill: lungi da noi, che la donna angelicata possa fare una battuta a “volgare doppio senso”. L’apoteosi del fraintendimento, però, con Battisti si raggiunge con la mitica La canzone del Sole, che in buona sostanza è un inno al dare della zoccola alla donna che vive serenamente la propria sessualità: al di là del mito, versi come «ma quante braccia ti hanno stretto tu lo sai per diventar quel che sei» non si possono onestamente sentire senza che si scateni la femminista che è in noi.

Così, le “canzoni d’amore”, alla fin fine, sono spesso una critica alla libera sessualità della donna, o un inno alla prostituzione: Bocca di Rosa, Via del Campo (in cui la prostituta, non dimentichiamolo, viene paragonata al “letame”: mentre il cliente, che va a pregarla di maritare, viene conseguentemente dipinto come un fiore di virtù) ma anche e soprattutto La canzone di Marinella. Icona dell’amore romantico? Storia vuole che il testo fosse stato ispirato a De André, evidentemente piuttosto attratto dalla tematica dell’amore a pagamento, dal caso di cronaca di una prostituta morta annegata: logica e attenzione testuale vuole invece che il romanticissimo verso «lui pose le sue mani sui suoi fianchi» evochi invece una posizione sessuale di quelle tutt’oggi condannate dalla Chiesa Cattolica (Hadinolf sarà d’accordo?) in quanto immorali e “bestiali” (un ottimo motivo per adottarla, peraltro).

L’uomo, o ometto, o omuncolo che dir si voglia, inteso come maschio che vive male per definizione il rapporto col sesso, è sovente bloccato in fitte foreste fatte di temibili luoghi comuni: la prostituzione è, concettualmente parlando, una palude in cui molti si impelagano, tra un mito e un fraintendimento. Un esempio illustre ne è, ancora di Enrico Ruggeri, Il portiere di notte, release Prostituta da redimere che avvicina il Rouge al de André di Via del Campo: in entrambi i casi, all’uomo pare impossibile che la prostituzione possa essere una scelta di vita e comunque possa essere vissuta senza alcun bisogno di trovare chi ti tratti come «una Maddalena da pentire» (sulla questione “prostituzione di alto bordo” si vedano le dichiarazioni della maitresse dei divi di Hollywood, Heidi Fleiss).

I tranelli dell'amore cantato, o del fraintendimento amoroso in musicaL’apoteosi del fraintendimento, però, si ha in uno dei capolavori indiscussi del gruppo storico della musica pop italiana, gli inossidabili Pooh, i quali, autori straordinari di canzoni meravigliose, portatori di millanta istanze e riflessi della società italiana attraverso 40 anni di carriera, hanno avuto anche la necessità di parlare di sesso ed anche in maniera piuttosto libera: si pensi alla trascinante ancorché vagamente trash Dimmi di sì, richiesta palese di una notte a tutto sesso (non sappiamo cosa possa aver pensato la destinataria della richiesta nel sentirsi definire «un animale da guerra»).
Ma il peccato originale (è il caso di dirlo) dei Pooh avviene nel lontano 1971, quando esce la celebratissima Tanta voglia di lei. Celebratissima e interpretata come apoteosi del romanticismo, ma straordinariamente fraintesa: sostanzialmente, la storia di un rapporto adulterino («il mio posto è là, il mio amore si potrebbe svegliare»), per giunta occasionale (strana amica di una sera… la tua pelle sconosciuta e sincera), che si conclude con la classica botta di rimorso coccodrillesco («ho capito che cos’era importante») ma soprattutto con la superclassica illusione di aver dato, ad una sconosciuta rimorchiata chissà dove, la notte della sua vita, La Scopata Indimenticabile e financo il Coup de Foudre dal quale la tipa non si riprenderà mai («so che non perdonerai»).

Dovesse capitarvi un’avventura del genere, state sereni: ogni altra eccezione rimossa, non siete così indimenticabili, in base all’aureo principio tutti utili, nessuno insostituibile.

Ma certo, il cinismo non fa vendere dischi: le illusioni sì.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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