Essere giovani oggi: quando il futuro non ci appartiene

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Essere giovani oggi: quando il futuro non ci appartiene

Laureata precaria / che rispecchi fedelmente questa deprimente Italia / sogni una carriera straordinaria…

Simone Cristicchi

Senza troppe reticenze, questo Paese ha qualcosa che non va: il nostro sistema, quello italiano, sembra poggiare su contraddizioni viventi, come l’uomo stesso sembra essere una contraddizione vivente. Non abbiamo sicurezze sul nostro futuro perché chi dovrebbe curare la nostra terra cura i propri interessi, e nei propri interessi noi non compariamo nemmeno all’ultimo posto. Noi al massimo siamo le pedine di una scacchiera che ha come obiettivo quello di accrescere l’interesse di pochi eletti: ma quando eletti davvero?

Questo Paese non ci dà sicurezze, ma le pretende da noi.

Velatamente, questo Paese ci mette davanti a scelte che in fondo non sono scelte. La scelta è ciò su cui, liberamente e consapevolmente, ogni individuo può riflettere e dopo un’attenta valutazione delle conseguenze, decidere. Quelle che, invece, ci mettono di fronte sono scelte fatte ad hoc da loro e per loro, senza possibilità di replica. Un esempio? Qualcuno ci ha forse chiesto se preferiamo il Job Acts a un contratto indeterminato come era un tempo? Le tutele non dovrebbero essere crescenti, un individuo ha il diritto di essere tutelato sempre, perché altrimenti sarebbe come chiedere ad una mamma di tutelare il figlio dopo un tot di tempo da quando è nato.

Come possiamo, noi giovani, sentirci rappresentati da qualcuno che con la scusa di fare i nostri interessi, pensa esclusivamente ai suoi?
Se davvero facesse i nostri interessi, credo che noi giovani non staremo disperatamente cercando un posto nel mondo con la paura di non trovarlo. Se davvero facesse i nostri interessi, non salirebbe su un podio a giudicare i nostri atteggiamenti, ma scenderebbe in piazza, tra noi, per capire e comprendere da cosa, questi atteggiamenti, siano scaturiti.

Ho venticinque anni e so per certo che la mia generazione è particolare, che si perde dietro uno smartphone e non sa cosa sia la potenza di uno sguardo vero, ma allo stesso tempo, con i miei pochi anni (forse anche troppi a sentire il mondo parlare), so per certo che la nostra cultura ci plasma e quindi se non si possiedono caratteristiche propriamente personali o non si hanno le giuste motivazioni, un giovane si perde nell’oblio dell’incertezza che qualcuno prima di lui gli ha lasciato.
La mia è la generazione che vive di ansia e insicurezza, che vive tra un curriculum senza risposta e uno in cui la risposta c’è e richiede un impiego che supera ogni limite umano.

Alla mia generazione non spaventa l’impegno, spaventa l’impegno vuoto, l’impegno che non segue il premio, l’impegno che non segue la possibilità di potersi permettere un’indipendenza. Prima i sacrifici avevano uno scopo, prima non si mangiava per mettere da parte i soldi di un anticipo. Oggi non si mangia perché i soldi dei sacrifici non ci sono dati.
Ci chiedono una formazione che conta titoli di laurea forti, e per “forti” s’intende “utili” e l’utile, per il nostro Paese, è ciò che fa guadagnare, non ciò che eleva lo spirito rendendoci persone migliori, uomini consapevoli, uomini che hanno la capacità di pensare. Anzi, meno riflettiamo, più siamo facili da muovere su quella scacchiera. Dopo questi titoli, per il nostro Paese, non siamo ancora formati bene, e allora ecco i master, ma a questi, se si ha fortuna, seguono gli stage, e agli stage chissà cosa segue?

Arriveremo ad avere trent’anni, se ci dice bene, a cercare un lavoro, ma non avremo esperienza, e allora ecco che siamo catalogati bamboccioni perché siamo ancora a casa con mamma e papà, choosy perché dopo venti anni di studio abbiamo l’arroganza di cercare un lavoro per il quale abbiamo studiato. Ci chiedono di essere flessibili e ci dicono che il posto fisso è monotono, e questo ce lo dice chi un posto fisso lo ha anche comprato nell’aldilà.

Siamo giovani nel mondo delle fallacie logiche, ed essere giovani in questo mondo equivale a non vedere mai la verità di come stanno effettivamente le cose. Il linguaggio di chi ci comanda è studiato nei minimi dettagli per comparire il più vero e il più giusto possibile, quando in realtà non sono altro che linee scivolose costruite in modo tale da ingannare chi le ascolta.
Siamo giovani in un Paese in cui non abbiamo le possibilità di creare il nostro futuro e in questa situazione penosa il nostro Stato, invece di riflettere in modo conscio sulla soluzione, promuove campagne offensive.
Il #fertilityday è la campagna del Ministero della Salute, presieduto da Beatrice Lorenzin, con lo scopo di promuovere la fertilità e, testualmente:

Operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società, promuovendo un rinnovamento culturale in tema di procreazione.

In ogni punto e in ogni cartolina che accompagna questa folle campagna è offesa la donna in generale, poiché viene vista come un mero contenitore e l’uomo che viene visto come un mero mezzo.
È offesa la donna che per scelta non fa un figlio, e questo non può essere una colpa, perché non è una regola che si nasca con l’intenzione di mettere al mondo un’altra vita e la scelta di non farlo perché si sa che non lo si amerebbe come meriterebbe, è una scelta coraggiosa. È offesa la donna che non può fare un figlio, perché sterile o perché non ha qualcuno da amare con cui decidere di mettere su famiglia, viene offesa da tutte e 137 pagine del Manifesto della Fertilità perché ritenuta inutile, anche se non scritto esplicitamente. Offende i giovani che vorrebbero mettere su famiglia per amore (e non per la società), ma sono impossibilitati da un’indipendenza che questo mondo t’impedisce di raggiungere.

È indubbio che occorre una riflessione sulla natalità, visto che il nostro Paese vede un calo delle nascite, ma una giusta riflessione parte da una riflessione sulla causa concreta, e la causa concreta è che noi “giovani” non abbiamo la certezza di un futuro, né il barlume di speranza che le cose possano andare meglio. Quindi, cosa si promuove?
Per giunta, non appare un po’ ridicolo sensibilizzare al fatto che fare figli in età avanzata potrebbe comportare dei rischi o che sia fisicamente più stancante? Non credo che sia una cosa fino ad ora misteriosa o che nessuno sapeva.
Insomma, ancora una volta il nostro Paese sembra non smentirsi.
In tutto ciò, Beatrice Lorenzin, visto lo scompiglio che ha creato questa sua iniziativa, cerca di fare retromarcia dicendo che:

La fertilità non si cura con l’asilo nido, è un problema di salute e noi abbiamo il compito di proteggere la capacità riproduttiva degli italiani. Il problema è confondere natalità e fertilità ma la fertilità è salute. Abbiamo speso 28 mila euro per le cartoline. Rifaremo la campagna gratis. Comunque chi ha fatto gli spot sulla fertilità non aveva nessuna intenzione di offendere.

Il problema è che è anche la felicità di un individuo, intesa come produzione di serotonina, è un problema di salute, quindi come mai per questo non ci sono campagne? Quello che emerge dalle parole della Lorenzin, è solo un “mettere a posto la propria coscienza” e “lavarsi le mani” di un problema, come quello degli asili nidi, del lavoro, che è uno delle cause del perché si fanno figli tardi.

La rivoluzione culturale decantata nel Manifesto della Fertilità dovrebbe essere auspicata nelle menti di chi ci governa.

Vanessa Romani per MIfacciodiCultura

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