«Siamo sotto lo stesso cielo»: altruismo e felicità

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«Siamo sotto lo stesso cielo»: altruismo e felicità

Cosa torna indietro quando si aiuta qualcuno? Probabilmente questa è la domanda più errata che possa essere posta se si vogliono aiutare persone che, senza farsi sentire, chiedono aiuto perché in situazioni di bisogno. L’altruismo non fa diventare più ricchi né garantisce fama e successo, e spesso vige l’anonimato e la riservatezza di un atto di bene fatto in rispettoso silenzio. Ma un gesto solidale, umano, filantropico ha la caratteristica peculiare del disinteresse: si aiuta chi ha bisogno non per un tornaconto materiale, bensì perché si è convinti che in tal modo il mondo potrà essere migliore. Vi è la consapevolezza che una piccola azione, che a noi non costa nulla in termini di privazione e fatica, possa essere in grado di cambiare la vita di altre persone.

Ma, dunque, esiste un ritorno per chi si spende in aiuto di chi ha bisogno? Sì, esiste e tale ritorno si chiama emozione. Un puro ritorno di felici emozioni che solleticano la pancia e stampano un sorriso nel cuore. L’altruismo permette di guardare in faccia la felicità, propria e di chi riceve il gesto di bontà. La felicità della conoscenza e consapevolezza della portata reale e più profonda dei bisogni umani, siano anche e solo, questi, bisogni di vicinanza, affetto, cordialità. Qualcosa, insomma, che il denaro non riesce – e non potrà – procurare. Perché la felicità sa riempire le proprie tasche molto più di una manciata di monete.

Una riflessione che scaturisce senza accorgersene da un video firmato www.thaigoodstories.com che invita a credere nel bene, nel far del bene per essere felici e soddisfatti della propria persona. Potrebbe essere la risposta a quella tristezza che spesso e inspiegabilmente ci assale la sera appena prima di addormentarci, a quel senso di piattezza e aridità che avvertiamo se osserviamo la nostra vita. E questo perché viviamo spesso in condizioni di chiusura, egoistica – e talvolta non volontaria – reclusione verso ciò che ci circonda. Un isolamento che inibisce il contatto benefico con il mondo e le altre persone, un distacco che fa perdere il senso della ricchezza della condivisione.

Lo stesso Seneca, nel I secolo latino, concepì, di contro alla segregazione emotiva, un’apertura verso il genere umano che si traduceva in un servizio e un costante aiuto nei confronti di chi si ritrova in condizioni infelici, di miseria e di sofferenza. Naufraghi, prigionieri, malati, poveri: hanno bisogno che venga tesa loro una mano da chi sarebbe in grado di sollevarli dalla situazione di difficoltà. Ciò che espone lo scrittore latino non si discosta, in fin dei conti, dagli insegnamenti cristiani della filantropia e fratellanza. Nel De beneficiis, Seneca respinge il tradizionale concetto di beneficium quale rapporto utilitaristico e materiale, non paritario tra le persone. Il beneficium è invece, stoicamente parlando, un valore ravvisabile solo interiormente, in cui deve avere valore la sincera generosità e la conseguente gratitudine di chi riceve il gesto di bontà. Ma qui si inserisce un ulteriore precisazione per cui ogni atto che poggia su basi filantropiche e di altruismo non deve mai attendersi gratitudine. Non è la gratitudine il fine dell’azione, non è questa la pura intenzione originaria.

Noi uomini, sosteneva sempre Seneca, siamo uguali per natura. E la precisazione che lo scrittore annotava a proposito della condizione di schiavitù fa capire quale sia il nostro posto nel mondo: se siamo tutti uguali per natura, significa che chi si trova in difficoltà – che sia anche in condizione, appunto, di schiavitù – resta un essere umano, in quanto

Nato dallo stesso seme, gode dello stesso cielo, respira come noi, e come noi vive e muore.

Epistulae ad Lucilium – XLVII

Fare e ricevere il bene è, in fin dei conti, e non solamente secondo Seneca, il modo – forse l’unico – per mantenere unita la società in cui viviamo. Continuiamo a cercare, affannandoci, la felicità. Forse la cerchiamo in luoghi sbagliati, nelle cose. Perché quando pensiamo a persone bisognose, pensiamo a chi è povero economicamente, chi necessita di aiuti materiali come cibo o vestiario. Ci sono necessità di questo tipo, ovviamente. Ma esistono anche persone che sono povere nello spirito, e il loro bisogno si traduce quindi in un sorriso, una giusta e dolce parola, un orecchio che ascolti. I gesti altruistici sono gesti d’amore, un amore che esiste per essere condiviso e non trattenuto gelosamente nelle proprie mani. Come già in Seneca: uno sguardo verso gli altri tiene unita la società e genera felicità.

Sabrina Pessina per MIfacciodiCultura

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