Henri Rousseau, l’artista autodidatta che insegnò l’arte ai grandi pittori

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Henri Rousseau, l'artista autodidatta che insegnò l'arte ai grandi pittori
Paesaggio esotico con leone e leonessa, 1903

Henri Rousseau nacque il 22 maggio del 1844 a Laval, in Francia. Sempre qui morì, ma a Parigi, il 2 settembre del 1910, dopo una vita tutt’altro che facile. Viene considerato il precursore della pittura Naïf, ma di certo Rousseau non ne fu consapevole: nonostante la voglia e la curiosità per il grande mondo della arti parigino, dove si susseguivano correnti e artisti famosi, non frequentò mai nessuna Accademia e tutto quello che imparò lo fece da autodidatta Non c’è una corrente dove sia possibile inserire Rousseau, ma pittori del calibro di Gaugin  e Picasso  riconobbero il grande talento di quell’uomo poco apprezzato dalla critica: ma cominciando in età così tarda ad entrare nel mondo degli artisti, forse non si rese nemmeno conto di quanta storia del mondo dell’arte lo stava circondando in quel momento.

Henri Rousseau non fu nemmeno uno scolaro eccellente, tanto che non riuscì a diplomarsi: ma sin da giovanissimo mostra una grande passione per la musica e la poesia, nonché per l’ortografia. Grazie a quest’ultima riesce a diventare, appena diciannovenne, impiegato presso un avvocato. Ma questo evento, teoricamente molto fortunato per un ragazzo come lui, si rivelò una delle prime grandi sfortune della sua vita: viene coinvolto dai colleghi in furto ai danni dell’avvocato, di cui in realtà non era colpevole. Per evitare la condanna, firma come volontario e trascorre sette anni in fanteria come sassofonista nella banda militare.

Henri Rousseau, l'artista autodidatta che insegnò l'arte ai grandi pittori
Io, ritratto-paesaggio, 1890

È il 1870 quando sposa Clèmence Boitard, da cui avrà sette figli, e viene assunto presso il dazio della prefettura della Senna: è qui che Rousseau diviene Il Doganiere, appellativo che lo seguirà per tutta la vita: ed è qui che inizia a dipingere, sfruttando i tanti tempi morti di quel lavoro così noioso. Scopre così una passione sopita, forse mai pienamente accolta, che lo porta a dipingere per lunghe ore, nonostante la totale mancanza di conoscenze pittoriche. La passione per l’arte lo spinge a chiedere, ed ad ottenere, il permesso di entrare al Louvre per copiare i dipinti ivi esposti: è il 1884 ed Henri Rousseau ha già quarant’anni. L’anno successivo affitta anche un atelier, alimentando il sogno di diventare pittore. Anche se, nel frattempo, rimane ancora Il Doganiere.

Quando esordisce al al Salon des Refusés viene notato da Paul Signac, che lo invita a fare parte del alon des Indépendants, dove Rousseau però esordisce senza fortuna. Intanto, un’epidemia di tisi si abbatte sulla famiglia: si salvano solo due figli: solo la figlia, allontanata da casa per evitare il contagio, sopravviverà.

Chiede il prepensionamento e, nonostante la totale mancanza di fondi, si dà totalmente all’arte. Nel mentre, è costretto a fare il decoratore per alcuni negozi, insegna musica, fa ritratti su commissione. Prova anche a risposarsi, ma la seconda moglie morirà per un tumore.

Zingara addormentata, 1897

Mentre la sua vita va in pezzi, rimasto praticamente solo, Rousseau continua a dipingere, e nel 1905 espone i suoi quadri vicino a quelli di Matisse, Cézanne e Braque. Vende le sue tele a pochissimo, e nonostante la critica cominci ad apprezzarlo leggermente di più, le accuse di dilettantismo su di lui non accennano a fermarsi. Il fatto di non aver mai frequentato l’Accademia sembra essere il responsabile di tele grezze, senza le giuste prospettive, dai disegni e dai tratti molti infantili.

Eppure potrà contare sull’amicizia di pittori come Picasso e Gaugin, nonché il già nominato Signac. Guillame Apollinaire apprezza particolarmente quell’arte così profondamente infantile e fiabesca, descrivendo così Il Sogno (1910 – immagine di copertina), uno dei quadri più famosi dell’artista:

Su un divano 1830 dorme una donna nuda. Tutt’intorno urge una vegetazione tropicale abitata da scimmie e uccelli del paradiso e, mentre passano tranquilli un leone e una leonessa, un negro – figura misteriosa – suona il flauto. Dal dipinto scaturisce bellezza, non c’è dubbio.

L’elemento fiabesco e fantastico fanno dell’arte di Henri Rousseau una grande lezione per i simbolisti, che molto coglieranno da quelle tele così sognanti: tutto quello che si vede sulle sue tele è totalmente frutto dell’immaginazione, dato che il mesto pittore non uscì mai dalla Francia per tutta la sua vita. Le sue belve sono strane, quasi stralunate, strabuzzano gli occhi verso lo spettatore: ci si ritrova in una giungla fatta di mito e di sogno, e tutto sembra reale, palpabile. Sicuramente questi dipinti fantastici sono i più conosciuti dell’artista, nonché quelli da cui molta arte ha attinto: ma se Gaugin abbandonò la Francia per vedere il mondo esotico fuori dall’Europa, Rousseau si inventò i suoi mistici paesaggi, colmando con l’immaginazione il vuoto.

Henri Rousseau, l'artista autodidatta che insegnò l'arte ai grandi pittori
Guerra, 1894

Ma il pittore si dedicò anche a quadri politici, come Guerra (1894): una donna armata dal vestito bianco, i capelli neri spinosi in groppa ad un cavallo nero ed irto, rappresenta la demoniaca e primordiale arte della guerra, che cavalca folle sui corpi sparsi mangiati dagli uccelli. Non c’è fiaba, non c’è armonia, non c’è sogno: c’è solo l’orrore della guerra, il fiume di cadaveri che porta alla mente una più famosa Guernica.

Per quanto tecnicamente imperfetti, o sproporzionati, volutamente o meno, i quadri di Rousseau rappresentano quel lato più mistico e intimistico della pittura, ove il favore della critica e delle accademie viene solo dopo il piacere della pittura. C’è l’anima, il dolore e la gioia, forse anche una fanciullezza mai abbandonata, la naturalezza del dipinto: c’è un ritorno all’anima, più che alle cose. Alla pittura stessa, più che alle mode.

Ed è per questo che Henri Rousseau fu uno dei tanti che morì povero, non troppo apprezzato, ma circondato dal rispetto di tanti artisti che, da lui, autodidatta, impararono più che nelle Accademie.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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