Carmelo Bene, un attore contro il teatro

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Carmelo Bene, un attore contro il teatro

Carmelo Bene in Salomé

Sono ormai quindici anni che il teatro italiano è orfano di uno dei suoi grandi protagonisti: il 16 marzo 2002 morì Carmelo Bene (Campi Salentina, 1° settembre 1937 – Roma, 16 marzo 2002) a soli 64 anni. Rimangono in eredità il suo nuovo modo di interpretare il teatro e la sua forza eversiva.

Quella che nel corso della sua carriera fu  sua costante, la decostruzione del teatro così com’era e l’avversione per i canoni, emerse già a 20 anni, quando dopo solo un anno di frequenza Bene decise di abbandonare l’Accademia di Arte Drammatica perché “inutile”.

Mai decisione fu più saggia: due anni dopo debuttava con Caligola di Camus nel ruolo di protagonista. La leggenda vuole addirittura che Camus, cogliendo il potenziale di Bene, gli concedette i diritti di rappresentazione in cambio di una poltrona in prima fila per il debutto, ma poi  dovette rinunciarvi per una malattia.

Forte del consenso di critica e di pubblico, o forse nonostante questo, si allontanò in fretta dalla concezione classica del teatro e intraprese il proprio percorso di ricerca artistica che negli anni lo portò a diventare attore, autore di teatro, scrittore e saggista.

Le sue “variazioni” sui testo classico, tra cui i famosi Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, Gregorio, Pinocchio, Salomè, Amleto, Il rosa e il nero, hanno creato una rottura intenzionale e volontaria con gli schemi del teatro tradizionale, che gli attirarono le critiche violentissime di pochi e la crescente ammirazione di molti.

La sua figura era al centro della scena europea grazie alla straordinaria presenza scenica ma soprattutto all’interpretazione teatrale che fece del post-strutturalismo: il suo teatro era operazione culturale.

Carmelo Bene in Pinocchio

Un indizio sulla sua concezione artistica ci viene fornito dall’Ulisse di Joyce, testo che Bene lesse a vent’anni e «gli cambiò la vita»: quelle parole sono significanti che evocano un significato indefinito, continui rimandi che somigliano al fluttuare del pensiero più che allo steso di un romanzo. Forse con questo spirito bisogna avvicinarsi al suo teatro: ci offre il significante dell’azione teatrale del classico, ma ciò che gli preme di comunicare sono quei significati e rimandi nebulosi che evoca con le sue variazioni; insomma parte da un terreno noto per esplorare l’ignoto con il pubblico.

Negli anni ’70 ci fu una breve parentesi cinematografica, iniziata grazie alla chiamata di Pasolini per l’Edipo Re, poi proseguita con i lungometraggi Nostra Signora dei Turchi, Capricci, Don Giovanni, Salome e infine conclusa con Un Amleto in meno.

Tornò molto presto al suo teatro dove il successo lo accompagnò sempre insieme alle polemiche, che mai smise di suscitare. La sua morte, dolorosa e repentina, colpì tutto il mondo artistico italiano, ma i molti ammiratori e colleghi continuano e continueranno a ispirarsi a questa figura così controversa e unica.

Chiara Buratti per MIfacciodiCultura

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