GelosaMente – La gelosia furiosa e tragica di Medea

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La rubrica GelosaMente oggi racconta una delle vicende di gelosia più perturbanti della mitologia greca: la storia di Medea e Giasone. Medea era la figlia del re della Colchide, una regione antica che oggi corrisponde alla Georgia occidentale, sul Mar Nero. Giasone era invece il figlio di Esone, re di Iolco, una città della Tessaglia. Dunque, entrambi figli di re, ma provenienti da due regioni molto diverse e lontane fra loro: cosa li ha portati ad incontrarsi? Fu Giasone a recarsi nella regione di lei a seguito di una sfida: se avesse voluto riottenere il trono del proprio regno, usurpato da un fratellastro del padre, Pelia, avrebbe dovuto conquistare il magico vello d’oro custodito in quella lontana regione. Si trattava del manto dorato di Crisomallo, un ariete alato di origine divina, che aveva il potere di guarire le ferite.

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Giasone organizzò la spedizione verso la Colchide insieme a cinquanta eroi che vennero chiamati Argonauti, dal nome della loro nave Argo. Dopo mille peripezie giunsero a destinazione, scoprendo che, per avere il trofeo, occorreva superare tre prove, tra cui quella di affrontare un minaccioso drago. Giasone, da solo, non sarebbe mai riuscito a sconfiggerlo: ma la dea Afrodite gli arrise e fece innamorare di lui la principessa Medea, che gli svelò tutti i segreti per riuscire a portare a termine l’impresa. Medea era infatti anche una maga e, grazie ad alcune pozioni, lo aiutò a superare tutte le prove. A quel punto Giasone, con il vello d’oro ormai fra le mani, decise di fuggire: Medea però non volle abbandonarlo, e pensò di partire con lui, senza farsi scrupolo del regno e del padre, che avrebbe lasciato per sempre. Anzi, incurante della propria famiglia e accecata dall’amore per Giasone, fece di peggio: secondo la versione del mito riportata da Seneca, per accertarsi che suo padre non riuscisse a raggiungere e catturare gli Argonauti, uccise il fratellino Apsirto, che aveva portato con sé, allo scopo di farlo a pezzi e gettarlo in acqua, in modo che il re, suo padre, fosse costretto a fermarsi per raccogliere i resti del povero fanciullo.

Medea aveva dunque sacrificato la propria famiglia e la propria terra d’origine sull’altare dell’amore per Giasone, l’affascinante straniero. Ma ne valse la pena? Sembra di no: questa coppia nata sotto i peggiori auspici, ovvero all’ombra di un fratricidio, era destinata a passare attraverso ulteriori avversità. Innanzitutto, Giasone non riuscì a riconquistare il trono ingiustamente usurpato dallo zio Pelia: difatti, egli non volle cedere il trono neppure in cambio del vello d’oro. Medea escogitò allora un piano crudele per eliminare Pelia, grazie alle proprie arti magiche: costrinse infatti le figlie del re ad ucciderlo con l’inganno. Questo però produsse come unica conseguenza l’esilio dalla città per la coppia assassina.

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La Medea di Pasolini

I due si rifugiarono a Corinto, dove finalmente, con il matrimonio, sembrarono poter coronare il loro sogno d’amore: vissero serenamente per una decina d’anni ed ebbero due figli. Tuttavia, la verità era che Medea, in Grecia, non riuscì mai ad integrarsi: era emarginata e disprezzata perché straniera e pericolosa maga. Il suo status di principessa non era riconosciuto, e d’altra parte lei stessa aveva deciso di rinunciare al proprio titolo nobiliare tradendo suo padre. Giasone, al contrario, non aveva dimenticato le proprie origini regali, e appena gli si presentò la possibilità di un matrimonio vantaggioso, con la principessa di Corinto, decise di coglierla al volo.

A quel punto, Medea si accorge che per lei è finita. Ovidio, in un verso di controversa attribuzione dell’Eroide XII (Medea a Giasone), la descrive come «exul, inops, contempta», ovvero «esule, povera, disprezzata»: abbandonata in terra straniera, la sua identità si sgretola. Dopo aver tradito suo padre, a sua volta viene tradita; non ha più patria, né famiglia, e ora nemmeno più un marito da amare. È in quel momento che Medea si trasforma in eroina tragica della gelosia: e una gelosia ferina, sorda, vendicativa. Nella versione di Ovidio, lo stato d’animo di Medea si articola innanzitutto nel rimorso di aver essersi innamorata di un giovane straniero e di aver lasciato tutti gli affetti sicuri per partire con lui:

Cur mihi plus aequo flavi placuere capilli / Et decor et linguae gratia ficta tuae? […] Tunc ego te vidi, tunc coepi scire, quis esses; / Illa fuit mentis prima ruina meae. / Et vidi et perii nec notis ignibus arsi, / Ardet ut ad magnos pinea taeda deos.

Perché più del giusto mi piacquero i tuoi capelli biondi, il tuo portamento e la finta grazia del tuo modo di parlare? […] In quel momento ti vidi, e cominciai a sapere chi tu fossi; fu quello l’inizio della crollo della mia mente. Ti vidi e fu la mia rovina, e arsi di un fuoco sconosciuto, come le torce di pino ardono presso gli dei.

Medea passa poi alla fase dell’odio e dell’ira, rivolti sia verso Giasone, sia verso la sua rivale in amore («paelex»), che definisce «stulta marita», «stupida sposa»: racconta infatti che il marito ha osato cacciarla di casa, per predisporre il suo nuovo matrimonio. Medea, per definire il proprio stato d’animo, parla di «dolor»: è una parola latina dentro la quale troviamo il dolore sia fisico che psicologico, nonché l’angoscia, la rabbia e il rancore.

Ire animus mediae suadebat in agmina turbae / sertaque compositis demere rapta comis; / Vix me continui, quin sic laniata capillos / Clamarem: «meus est!» iniceremque manus.

La mente, mossa dall’ira, mi esortava a irrompere nel bel mezzo della folla del corteo nuziale e a portar via le ghirlande a quelle chiome acconciate a festa. Mi sono contenuta a malapena, così scarmigliata, dal gridare: “Lui è mio!” e dal metterti le mani addosso.

La violenza immaginata si tramuta ben presto in violenza reale: la mente di Medea si prepara ad un nuovo terribile sacrificio di vendetta. Con le sue arti magiche uccide la nuova sposa di Giasone, nonché il padre di lei. Ma poi la sua vendetta prosegue, per colpire Giasone ancora più a fondo: per recidere ogni legame con lui, decide di uccidere i suoi due figlioletti. Seneca, in una delle tragedie da lui composte, mette in versi il tormento psicologico prodotto da questa decisione scellerata, combattuta tra l’odio per il marito e l’amore materno:

Quid, anime, titubas? Ora quid lacrimae rigant / variamque nunc huc ira, nunc illuc amor / diducit?

Perché, animo, sei titubante? Perché le lacrime mi rigano il volto e, volubile, mi divido fra l’ira e l’amore?

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M. Callas come Medea

Seneca conclude con questo efferato delitto la tragedia, compiuta dinanzi agli occhi di Giasone. Alla fine, Medea fugge sul cocchio alato del Sole: ormai non è più personaggio umano, ma si è trasformato in un mostro disumano di un mondo senza dèi. La sua vicenda, interessante sia per lo spaccato di introspezione psicologica di moglie tradita e di madre, ma anche per la deriva magica e fantastica che ha il suo mito, ha ispirato moltissimi autori in tutti i secoli: prima di Ovidio e Seneca, il tragediografo greco Euripide. In età moderna verrà ripresa come soggetto tragico per eccellenza nel Cinquecento e Seicento, ad esempio da Ludovico Dolce in Italia e da Pierre Corneille in Francia. È entrata nella musica, con la Medea del compositore barocco Marc-Antoine Charpentier. La ritroviamo anche nei secoli successivi fino al Novecento, in cui non possiamo non citare le rese cinematografiche di Pier Paolo Pasolini (1969), in un film enigmatico e struggente in cui è interpretata dalla bellissima Maria Callas, e di Lars von Trier (1988).

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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